Ad Avellino la presentazione de “Il sindaco gentile”, libro sulla storia di Marcello Torre

Presentato nel capoluogo irpino “Il sindaco gentile”: il libro di Marcello Ravveduto ricostruisce la storia del sindaco di Pagani ucciso dalla camorra nel 1980

L’ultima tappa di avvicinamento verso il 21 marzo, la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, ad Avellino si è avuta ieri con la presentazione del libro “Il sindaco gentile”. All’evento, tenutosi presso il Godot Art Bistrot, organizzato da Libera Avellino, con la partecipazione del Presidio del Libro di Avellino, hanno partecipato l’autore del libro, il professore Marcello Ravveduto, e Annamaria Torre, figlia di Marcello Torre, sindaco di Pagani ucciso nel dicembre del 1980. Il libro scritto da Ravveduto ricostruisce la storia umana e professionale di Torre il cui epilogo si ha nel 1980, un anno che si conclude in maniera tragica non soltanto per la cittadina dell’agro-nocerino ma per l’intera Campania e soprattutto per l’Irpinia, a causa di un violento terremoto che devasta parte del territorio campano. Proprio il sisma del 1980 segna un crocevia importante perché da quell’evento è possibile analizzare tutto ciò che accade in Campania nei giorni e negli anni a venire: a partire dall’omicidio di Torre, passando per il sequestro e la trattativa per il rilascio dell’assessore Ciro Cirillo. Sullo sfondo, ma mica tanto,  le migliaia di vittime di quella che lo stesso Ravveduto definisce una guerra civile, il conflitto tra la Nuova Camorra Organizzata e la Nuova Famiglia.

Dopo le presentazioni di rito, la parola è passata ad Annamaria Torre la quale ha vissuto sulla propria pelle un dolore già di per sé terribile, con l’aggiunta delle modalità che hanno portato alla scomparsa di Marcello Torre. La figlia dell’ex sindaco di Pagani, visibilmente emozionata, ha così ricordato suo padre: “Papà aveva lasciato una sorta di testamento spirituale perché aveva capito che avrebbero potuto ammazzarlo. Ci aveva chiesto di essere sempre degni del suo sacrificio. Se oggi sono qui a raccontare questa storia è soprattutto per merito di mia madre. Lei ha spinto affinché venisse fuori una verità che non deve essere solo verità giudiziaria, quella compete ai tribunali, ma anche e soprattutto verità storica. Ci siamo scontrati con la malapolitica che voleva comprare il nostro silenzio ma non ci siamo mai piegati. Parlare di mio padre mi rende emozionata, fiera e ancora piccola di fronte alla grandezza di quest’uomo”. Annamaria Torre racconta anche un aneddoto relativo agli anni successivi alla morte di suo padre: “Ho vissuto per alcuni anni ad Avellino. Sono stati anni importanti. Insieme al popolo irpino mi sono ritrovata a condividere un dolore che aveva radici diverse ma che era ancora troppo vivo sia per me che per gli avellinesi: il mio era legato alla scomparsa di mio padre, quello degli irpini ai danni di un terremoto che aveva lasciato il segno”.

Marcello Ravveduto ha, invece, così presentato il protagonista del suo libro: “In ogni azione, Marcello Torre ha sempre in mente la necessità di riconoscere il cittadino repubblicano. Lui interpreta in modo moderno la Costituzione, riconosce sempre il valore dell’altro. E’ stato un vero innovatore, un amministratore moderno che ha anticipato i tempi di riforma della Pubblica Amministrazione. Ho lavorato affinché quello di Marcello Torre non fosse il ritratto di un eroe, ma prima di tutto di un uomo , con le sue contraddizioni e i suoi sbagli. E’ un uomo della Democrazia Cristiana e anch’egli accetta il sistema clientelare del partito con lo scudo crociato. Per comprendere bene la figura di Marcello Torre bisogna inserirla in un contesto socio-politico che, per ovvie ragioni, è profondamente diverso rispetto a quello attuale. Torre rendiconta sempre il suo operato ai cittadini, eppure non è tenuto a farlo perché nel 1980 il sindaco non viene ancora scelto dal popolo. Egli cerca sempre di spiegare nei fatti la sua visione strategica. In dieci anni investe su Pagani una cifra che oggi corrisponderebbe a circa nove milioni di euro”.

Ravveduto si sofferma, poi, sul professionista Marcello Torre: “Nel suo ruolo professionale di avvocato egli fornisce un grande esempio di etica professionale. Cresce in una famiglia di notabili e, dunque, fa l’avvocato perché la sua famiglia detiene una posizione sociale importante. Frequenta gli ambienti cattolici e conosce bene la figura di Sant’Alfonso Maria De Liguori. Proprio da cattolico si innamora della figura dell’avvocato. Vuole garantire a tutti il diritto ad essere difesi. Diventa il legale di un ragazzino di 14 anni, Salvatore Serra, che poi diventerà il boss di Pagani. Se si leggono i giornali degli anni Settanta, per riferirsi al cosiddetto clan dei paganesi si usano espressioni molto forti. Pagani viene raccontata come il Far West. Torre è bravissimo a far ottenere agli uomini che difende il riconoscimento della legittima difesa. Non solo camorristi, nel corso della sua carriera si ritroverà a difendere anche altre persone, tra cui l’anarchico Giovanni Marini. Quando diventa sindaco di Pagani spinge sin da subito sulla necessità di modificare l’appalto sui rifiuti. Solo perché democristiano verrà definito un potenziale colluso con la criminalità. Insomma, la solita antimafia ideologica che non guardava all’uomo ma soltanto alla sua dimensione, per l’appunto, ideologica. Egli crede di stabilire con i cittadini un rapporto talmente forte da garantirgli una totale protezione. Torre non è un eroe, semplicemente si preoccupa di far capire ai paganesi che stare contro la camorra è una condizione fondamentale per difendere i propri diritti”.

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