Antonio Iovine: le due vite di ‘o ninno

Antonio Iovine è tra i boss più importanti del clan dei Casalesi nel nuovo millennio. Arrestato nel 2010, si pente nel 2014. Ecco la storia di ‘o ninno

Antonio Iovine è stato uno dei latitanti più pericolosi del Clan dei Casalesi. Il boss di San Cipriano D’Aversa ha fatto perdere le sue tracce dal 1995, anno dell’avvio del processo Spartacus, al 2010, anno di cattura di ‘o ninno. Non è stato facile mettere le mani sul boss che si spostava continuamente dalla Campania e che, forse, durante la latitanza, ha raggiunto anche località estere.

La carriera criminale di Antonio Iovine comincia a circa vent’anni. E’ lui a guidare la Fiat Uno che ospita un commando di sicari che il 26 giugno 1985 uccide l’imprenditore Mario Diana. Solo nel 2004 Antonio Iovine verrà imputato anche per questo delitto. Verranno ritenuti responsabili dell’omicidio anche Dario De Simone e Giuseppe Quadrano. Quest’ultimo, tra l’altro, alcuni anni dopo avrebbe ucciso il prete coraggioso don Giuseppe Diana.

Del gruppo di Antonio Iovine facevano parte diversi suoi uomini di fiducia, in particolare Enrico Martinelli e Raffaele Diana. Enrico Martinelli ha fatto le veci di Iovine in alcuni periodi della latitanza. Aveva un rapporto di parentela con un suo omonimo, ovvero Enrico Martinelli. Entrambi sono finiti in carcere, l’ex sindaco con l’accusa di partecipazione ad associazione di stampo camorristico. Alcuni pizzini portarono alla scoperta di un imbarazzante rapporto di supremazia del boss nei confronti del sindaco. Il boss chiedeva al sindaco di favorire per alcuni appalti ditte legate al clan.

Antonio Iovine, nell’ombra, segue tutte queste vicende. Nessun bunker per il boss. Una vita di quel tipo non faceva al suo caso. Iovine verrà arrestato il 17 novembre del 2010 e quando viene condotto presso la Sezione della Squadra Mobile di Casal di Principe la gente esulta, non difende il boss. Spesso, infatti, si sono viste scene di rabbia da parte del popolo nei confronti degli agenti colpevoli, secondo la collettività, di arrestare uomini buoni, portatori di benessere. Per Antonio Iovine non fu così. Un segnale importante del fatto che, forse, anche la mentalità delle persone di quei luoghi stava incominciando a cambiare.

Quando Antonio Iovine finisce in carcere la stessa sorte tocca anche alla famiglia che lo aveva protetto ed ospitato. Una vicenda che finisce per intrecciarsi con le vite di due cugine, Maria e Benedetta Borrata. Le due ragazzine sono accusate di aver favorito la latitanza di ‘o ninno. Gli investigatori mettono nel mirino queste famiglie, capiscono che c’è qualcosa di strano. I loro sospetti diventano realtà quando Benedetta Borrata, il giorno prima dell’arresto di Antonio Iovine, va con il suo fidanzato a comprare un panettone. Si tratta di una richiesta del boss che la famiglia della ragazza ospita.

Benedetta non riesce a trovare il panettone e decide di acquistare dei cornetti. La sua famiglia è composta da quattro persone ma la ragazza dice di dover comprare cinque cornetti. Il fidanzato non viene incluso nella conta perché quella sera, visto che a casa di Benedetta c’è il boss, sa di non potersi recare nell’abitazione della sua morosa. Benedetta smentirà tutto e lo stesso farà Maria, sebbene nei giorni degli interrogatori Antonio Iovine e Michele Zagaria, gli ultimi boss del clan dei casalesi, fossero entrambi in carcere.

Nel maggio del 2014, però, Antonio Iovine decide di pentirsi. E’ un colpo durissimo per il clan dei casalesi. Il boss lo fa forse anche per reagire all’arresto di suo figlio. Per i suoi figli spera in un futuro diverso. Antonio Iovine è stato un boss dai due volti. Più violento e crudele nella prima parte della sua carriera criminale, più razionale nella seconda. Più si fa rumore con le pistole, meno gli affari possono andare avanti perché quando si spara l’attenzione degli investigatori è destinata a crescere. Per Antonio Iovine è sempre meglio cercare una soluzione attraverso il dialogo.

Quando comincia a collaborare con la giustizia Antonio Iovine racconta soprattutto di ciò che successe dopo l’inizio della sua latitanza. Dice che le redini del clan, dal 1995 in poi, vengono assunte da lui e da Michele Zagaria e che l’organizzazione comincia a darsi un volto prevalentemente imprenditoriale. Iovine parla degli appalti che il clan controllava e che, spesso, proprio lui è riuscito a indirizzare ad imprese gradite sia al clan che in vista dei suoi interessi. Un sistema del genere si reggeva sulla complicità degli imprenditori e sulla capacità del clan di corrompere i funzionari.

Antonio Iovine parla di una vera e propria mentalità casalese per spiegare come funzionavano certe cose nei territori dell’agro-aversano. Una mentalità che, a detta del pentito, è emersa anche e soprattutto per colpa di uno Stato spesso del tutto assente e non in grado di offrire un’alternativa diversa ai giovani del posto. Se per tanti anni il sistema della gestione degli appalti è andato avanti senza intoppi è perché, dice Iovine, faceva comodo a tutti, anche ai politici.

Antonio Iovine sin dagli anni ’80 si interessa di affari. E’ riconducibile a lui l’Anav, azienda che si occupa sin dal 1989 delle mense scolastiche in comuni come Casal di Principe, San Cipriano, Frignano e altri ancora. ‘O ninno si occupa di un altro affare importante nel 2001, quando la Cpl Concordia si aggiudica l’appalto per la realizzazione di di una rete di gas metano che passa proprio per i comuni dell’agro aversano. La percentuale spettante alle varie famiglie del clan viene suddivisa in base ai territori interessati ai lavori.

Quello descritto da Antonio Iovine è un sistema corrotto che per anni è andato avanti senza intoppi. Le recenti inchieste, unite alle dichiarazioni, di ‘o ninno hanno consentito di svelare il vero volto del clan dei casalesi. Lo stesso Iovine ha parlato della cassa comune del clan e di un sistema che si regge solo se ogni mese ci sono soldi a sufficienza per tutti, per gli affiliati liberi, per i latitanti e per gli uomini in carcere, soprattutto per coloro che si trovano in regime di 41 bis.

Il ruolo di Antonio Iovine è stato sempre importante, anche quando si è trattato di evitare pericolose fratture interne tra le varie famiglie. La sua mediazione si è rivelata spesso utile ed è anche per questo motivo che la scelta del pentimento del boss è stato un boccone davvero duro da digerire per quel che restava del clan dei casalesi.

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