Boris Giuliano: la storia, l’omicidio e un film sull’ex capo della Mobile

Boris Giuliano: la vita del capo della squadra mobile di Palermo ucciso nel 1979 da Cosa Nostra

Boris Giuliano è stato tra i poliziotti maggiormente attivi negli anni Settanta per quanto concerne la lotta ed il contrasto a Cosa Nostra, in un periodo in cui di mafia si sapeva ancora poco. Venne ucciso a Palermo il 21 luglio del 1979 dal cognato di Salvatore Riina, il boss Leoluca Bagarella. Le indagini e le intuizioni del capo della Mobile si rivelarono in futuro molto importanti nelle indagini sulla mafia per il pool di magistrati costituito prima da Rocco Chinnici e, successivamente, da Antonino Caponnetto.

L’infanzia e l’ingresso in Polizia

Giuliano nasce a Piazza Armerina, comune della provincia di Enna, nel 1930. Suo padre era un sottufficiale della Marina Militare e, per tale ragione, trascorre parte della sua infanzia in Libia. Nei primi anni Quaranta, però, la sua famiglia fa ritorno in Italia e si stabilisce a Messina. Boris, intanto, mostra una buona passione per gli studi e intorno agli anni Cinquanta si laurea. Nel 1962 vince il concorso come ufficiale di Polizia.

L’arrivo alla Squadra Mobile di Palermo

Un evento che cambia per sempre la storia del poliziotto di Piazza Armerina è la strage di Ciaculli. Rimane talmente impressionato da quella tragedia che decide di scrivere una lettera al Capo della Mobile di Palermo, chiedendo di essere trasferito nel capoluogo. La richiesta viene accettata ma i primi anni di lavoro a Palermo sono difficili. La mafia è ancora un fenomeno ritenuto piuttosto sconosciuto, spesso addirittura negato. Col trascorrere degli anni, però, grazie anche alle grandi capacità sia professionali che umane di Giuliano, la Squadra Mobile comincia a diventare maggiormente competente ed operativa nella lotta alla mafia.

La specializzazione negli Stati Uniti

Boris Giuliano è un poliziotto dalle grandi qualità investigative, qualità che affina negli Stati Uniti, dove consegue una specializzazione presso la Scuola di Quantico. Egli si occupa in particolar modo di droga. Si rende, infatti, conto del grande business che stava cambiando per sempre la storia della mafia. Si convince, inoltre, dei nessi che sussistono tra mafia, politica e finanza e del ruolo ambiguo dei cugini Salvo, i cosiddetti esattori di Salemi, all’epoca tra gli uomini più potenti della Sicilia.

Tecniche investigative

Giuliano sostiene l’importanza di un controllo capillare del territorio da parte degli investigatori. E’ in questo modo che il capo della Mobile riesce a saperne di più sulle varie famiglie mafiose che si contendono e si dividono la città di Palermo e la periferia del capoluogo. Boris, inoltre, è fermamente convinto che sia necessario organizzare le conoscenze sui personaggi in odore di mafia sulla base di archivi. Ricordiamo che negli anni Settanta non ci sono ancora i computer e, dunque, tutto il materiale informativo viene trasferito su supporti cartacei. Tiene molto al fatto che la scena del crimine non venga in alcun modo inquinata, sia dai cronisti che dagli stessi poliziotti.

La mafia negli anni Settanta

Gli scenari mafiosi negli anni Settanta cambiano completamente, quando a Palermo giungono i corleonesi, uomini disposti a tutto pur di salire di livello nella gerarchia di Cosa Nostra e poco inclini al rispetto delle regole. Giuliano è consapevole della brutta aria che tira nel capoluogo e sa che sono in aumento i pericoli ed i problemi anche per la sua squadra nonché per se stesso e per la sua famiglia.

L’omicidio di Boris Giuliano

Il 21 luglio 1979 Boris Giuliano  si reca al Bar Lux, in attesa che un suo collega lo passi a prendere per andare in ufficio. Entra nel bar e ordina un caffè quando all’improvviso spunta il killer che lo colpisce di spalle con diversi colpi di arma da fuoco e lo uccide.

La pista droga

Per comprendere i motivi che spingono la mafia ad uccidere il capo della Squadra Mobile bisogna partire dal 1977, dall’anno in cui i corleonesi uccidono il colonnelli dei carabinieri Giuseppe Russo. L’escalation di violenza e di sangue messa in atto da Totò Riina e dai suoi alleati prosegue l’anno successivo, con l’eliminazione di Giuseppe Di Cristina, boss di Riesi che era diventato un confidente dei carabinieri e che aveva avvertito tutti dell’estrema pericolosità dei mafiosi di Corleone. Di Cristina aveva con sé alcuni assegni bancari che, probabilmente, servivano per il pagamento di una partita di droga. Del resto, in quegli anni il business della droga e dell’eroina stava diventando sempre più importante per Cosa Nostra.

Boris Giuliano stava indagando a fondo sul traffico di droga, contando anche sull’appoggio e la collaborazione della DEA e del FBI. Scopre che le raffinerie della droga non si trovano più in Francia e non sono più ad appannaggio del clan dei marsigliesi ma sono state trasferite in Sicilia. Nell’aprile del 1979 viene, inoltre, trovata dagli agenti della Mobile una valigia piena di soldi. Il capo della Squadra Mobile, quindi, intuisce il grande affare che lega le famiglie mafiose siciliane a Cosa Nostra Americana. Sono in molti a ritenere che il movente dell’omicidio di Giuliano sia da ricercare proprio nell’ambito delle sue indagini sugli stupefacenti.

Le indagini su De Mauro, Sindona e sugli altri misteri italiani

Interessante sottolineare anche il fatto che Giuliano stesse indagando a fondo sia sulla morte del cronista Mario Francese, ucciso nel gennaio del 1979, ma anche e soprattutto su quella di Mauro De Mauro, giornalista scomparso in circostanze per certi versi ancora oggi misteriose, nel 1970. Sembra che  nei suoi ultimi giorni di vita il capo della Mobile avesse acquisito dei documenti riservati molto importanti sul caso De Mauro. Giuliano era convinto che dietro l’omicidio del cronista ci fossero le sue inchieste sul tentato golpe Borghese, sui cugini Salvo e sulla misteriosa morte di Enrico Mattei.

Non finisce qui. Pare che Boris Giuliano avesse scoperto, seguendo un assegno di centinaia di dollari che era stato scambiato alla Cassa Depositi e Prestiti con un passaporto falso, che Michele Sindona si trovasse a Palermo, protetto da mafiosi del calibro di Stefano Bontate mentre tutti ritenevano che fosse stato fatto prigioniero in America. Anche questa pista, dunque, non va tralasciata visto che Sindona era l’artefice di alcune operazione finanziarie che potevano contare sull’appoggio dei capitali sporchi della mafia.

La scoperta del covo di Leoluca Bagarella

Nei primi di luglio del 1979, pochi giorni prima dell’omicidio di Giuliano, la Squadra Mobile trova una pistola persa da due mafiosi che si erano recati in una trattoria. Boris Giuliano ordina ai suoi uomini di attendere, convinto che i mafiosi facessero ritorno nella trattoria per recuperare l’arma. Succede proprio così e la Squadra Mobile arresta i due uomini. Non si tratta di due mafiosi di poco calibro. I soggetti tratti in arresto sono Nino Marchese e Nino Gioè, boss considerati vicini ai corleonesi. Da una bolletta che si trova nelle tasche di uno dei due, la Mobile risale al covo di Leoluca Bagarella, in via Pecori Giraldi, all’interno del quale vengono ritrovate armi ed eroina.

Il ruolo di Pietro Marchese

Alcuni mesi prima c’era stata anche una rapina finita male, commessa da un uomo dei corleonesi, un certo Pietro Marchese, il quale era finito in carcere in seguito alle indagini compiute proprio dalla Squadra Mobile. Non rimane molto tempo in galera, visto che viene scarcerato nel luglio del 1979, a pochi giorni di distanza dalla morte di Boris Giuliano. Marchese potrebbe aver svolto un ruolo importante nella morte di Giuliano,  visto che fu lui l’artefice di una telefonata alla redazione de L’Ora, nella quale dichiarò espressamente che il capo della Mobile, di lì a poco, sarebbe morto.

Il processo e gli ergastoli

Le indagini sull’omicidio di Boris Giuliano verranno prese in carico dal pool dei magistrati palermitani, impegnati negli anni Ottanta nella lotta al fenomeno mafioso. Proprio nel Maxiprocesso verranno giudicati i mandanti del delitto dell’ex capo della Mobile. Verranno condannati all’ergastolo Riina, Provenzano, Bernardo Brusca, Michele Greco, Francesco Madonia, Pippo Calò e Nenè Geraci. L’esecutore materiale dell’omicidio, secondo quanto emerso dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca, è Leoluca Bagarella, condannato all’ergastolo nel 1995. La sensazione, però, è che il vero movente di quest’omicidio sia ancora oggi, almeno in parte, non noto.

Un film su Boris Giuliano

Presto potrebbe arrivare anche un film su Boris Giuliano. Si tratta di una miniserie televisiva, diretta da Ricky Tognazzi e le cui riprese sono cominciate a Palermo nell’estate del 2015.

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