Cesare Mori: la mafia ai tempi del fascismo

Cesare Mori è il cosiddetto prefetto di ferro che sfidò, senza sconfiggerla definitivamente, la mafia negli anni del fascismo

Chi è Cesare Mori

Interessante è conoscere la storia di Cesare Mori, il protagonista della campagna di repressione nei confronti della mafia. Voglioso di entrare in polizia sin dalla giovane età, Cesare Mori cominciò ad occuparsi di mafia sin dai primi anni del Novecento, quando fu spedito a Trapani, nella Sicilia Occidentale. Ottenne diverse promozioni che lo portarono a diventare vicequestore di Trapani quando ebbe inizio la prima guerra mondiale. Il periodo della Grande Guerra fu caratterizzato in Sicilia dall’aumento considerevole di reati, soprattutto furti di bestiame. Cesare Mori si diede non poco da fare per beccare i malviventi. In piena guerra, ottenne un incarico importante, ovvero divenne Questore di Torino.

Nel 1921, due anni dopo la nascita del movimento fascista, Cesare Mori venne nominato prefetto di Bologna. Egli si trovò sin da subito ad affrontare la violenza e la sfrontatezza delle squadre fasciste, un problema che ebbe delle ripercussioni piuttosto serie sulla sua carriera visto che fu trasferito. Non appena il movimento fascista assunse il controllo del paese, gli uomini di Mussolini ne approfittarono per mettere da parte quell’uomo che aveva osato affrontarli quando il Partito del Duce era ancora poca cosa. Cesare Mori, però, seppe ricostruire la sua immagine agli occhi del fascismo, dichiarando di aver sempre sostenuto Benito Mussolini.

La guerra alla mafia come strumento di propaganda del fascismo

A Benito Mussolini non interessava granché dei problemi della Sicilia e dell’emergenza criminalità. Quando il Duce decise di intervenire in Sicilia lo fece per un preciso calcolo opportunistico, ovvero per far credere al paese che il movimento fascista non era disposto a tollerare i soprusi e le violenze dei banditi siciliani. La questione Sicilia divenne, poi, per Mussolini una sorta di rivincita personale quando, in occasione di una sua visita nell’isola, il sindaco mafioso don Francesco Cuccia disse al Duce che non aveva bisogno delle tante guardie del corpo presenti quel giorno. Mussolini sarebbe stato protetto dal sindaco stesso.

Il nuovo incarico di Mori

Nel 1924 Mussolini mandò spedì Cesare Mori nuovamente a Trapani. Intanto, lo stato liberale italiano era sempre più debole e le elezioni del 1925 non fecero che confermare l’ormai grande autorità raggiunta dal fascismo. Cesare Mori nell’ottobre del 1925 fu nominato prefetto di Palermo e subito si diede da fare per organizzare l’assedio di Gangi.

L’assedio di Gangi

La campagna siciliana prese il via il 1 gennaio 1926 con quello che è passato alla storia come “Assedio di Gangi“. A Gangi, comune della provincia di Palermo situato sulle Madonie, cominciò una dura repressione da parte di polizia e carabinieri che cercarono di arrestare banditi e mafiosi. Le azioni compiute dagli agenti furono particolarmente violente. Pare addirittura che furono utilizzati bambini e donne come ostaggi.

L’operazione portò all’arresto di Gaetano Ferrarello, uno dei boss più temuti delle Madonie che qualche giorno dopo si sarebbe ucciso in carcere. Cesare Mori raggiunge Gangi il 10 gennaio e proclamò la liberazione della città. Anche Benito Mussolini si congratulò con lui. Al termine dell’operazione in carcere erano finiti circa 130 latitanti e moltissimi altri uomini considerati complici. Il fascismo pensò di aver risolto definitivamente il problema della mafia. In realtà, sebbene molto uomini potenti fossero stati arrestati e fossero stati mandati al confino, l’organizzazione mafiosa non si era ancora sciolta.

Lotta alla mafia o campagna pubblicitaria?

Cesare Mori dimostrò, in fondo, di non conoscere in maniera impeccabile il fenomeno mafioso. Secondo lui, la mafia non era un’organizzazione unitaria e non esistevano riti d’affiliazione, giuramenti e cose simili. Si trattava, più che altro, di un certo modo di guardare alla vita e di comportarsi. Cesare Mori voleva dimostrare che lo Stato se voleva sapeva essere molto più duro degli uomini d’onore della mafia. Si percepisce chiaramente, dunque, l’idea di Cesare Mori e del fascismo di fare molto rumore attorno al problema mafia ma di non essere realmente interessati a sconfiggerla. Non è un caso che, nei mesi successivi all’arresto del potente boss mafioso Vito Cascio Ferro, Cesare Mori invitò le guardie private dei terreni agricoli a giurare fedeltà allo Stato. Tutti coloro che parteciparono alla cerimonia pubblica giurarono, nessuno si tirò indietro. L’obiettivo concreto di questa iniziativa era convincere i proprietari terrieri ad abbandonare i mafiosi e a passare dalla parte del fascismo e, dunque, dello Stato.

I risultati ottenuti da Mori

La campagna repressiva ai danni della mafia si protrasse per circa tre anni e portò all’arresto di circa undici mila persone, di cui quasi la metà residenti nella provincia di Palermo. I processi portarono quasi sempre alla condanna dei mafiosi imputati, del resto era quello che voleva il movimento fascista. Mussolini annunciò alla Camera che anche don Francesco Cuccia, l’uomo che aveva osato sfidarlo in pubblico, era stato condannato. La questione mafia fu una grande opportunità politica per il fascismo, un’arma che Mussolini e Cesare Mori utilizzarono contro gli oppositori del regime.

Il tramonto di Cesare Mori

La campagna di Cesare Mori a Palermo si concluse nel 1929, dopo più di tre anni, per volere di Benito Mussolini che ringraziò il prefetto per il lavoro svolto. Il fascismo negli anni ’30 non si occupò più di mafia, agli occhi del pubblico doveva passare la convinzione che Mussolini aveva sconfitto la criminalità in Sicilia. L’Italia aveva ben altri problemi in quel periodo e il regime non ritenne di dover continuare a dare importanza a tale questione. Cesare Mori non ricevette alcun incarico negli anni successivi al suo “siluramento” e morì nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale.

La mafia approda in America

Durante il fascismo molti mafiosi emigrarono negli Stati Uniti d’America, trovando importanti spazi di manovra criminali in un paese dove si era passati alla pericolosa politica del proibizionismo. La mafia aveva trovato terreno fertile in America per poi ritornare in Italia al termine della guerra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *