Ciaccio Montalto: la mafia a Trapani e l’omicidio di un giudice onesto

Ciaccio Montalto: storia del magistrato che combatté la mafia a Trapani e che fu ucciso poco prima del suo trasferimento

Giangiacomo Ciaccio Montalto è stato un fedele servitore dello Stato che la mafia uccise nel 1983. Una storia, la sua, forse per troppi anni dimenticata. Montalto ha dovuto fare i conti, sulla propria pelle, con l’isolamento cui veniva sottoposto, in quegli anni, chi cercava di combattere Cosa Nostra con le maniere dure. Pagherà il suo impegno con la vita. Stava scavando molto a fondo, stava toccando gli interessi della mafia a Trapani. Per le cosche avrebbe rappresentato un pericolo anche lontano dalla Sicilia.

L’ingresso in magistratura

Montalto nasce a Milano nel 1941 da genitori originari di Trapani. Nel 1970 fa il suo ingresso nel mondo della magistratura e l’anno seguente diventa sostituto procuratore della Repubblica di Trapani. Proprio in quegli anni si occupa di un caso di cronaca che attira l’attenzione di tutto il paese. E’, infatti, pubblico ministero nel processo che vede imputato Michele Vinci, con l’accusa di aver ucciso ed occultato il cadavere di tre bambine.

Le prime indagini sulla mafia

Nella seconda parte degli anni settanta, Ciaccio Montalto comincia ad indagare più da vicino sulla mafia. Le sue inchieste si rivelano pericolose per gli interessi dei clan. Il giudice, infatti, si occupa soprattutto di indagini patrimoniali e bancarie. Sarà lo stesso percorso che verrà, poi, compiuto anche da Giovanni Falcone e dal pool antimafia di Palermo. Con indagini del genere, dunque, si scavava a fondo sugli interessi veri della mafia: i soldi o, come si sente dire spesso in dialetto palermitano, i “piccioli“.

Un carattere introverso

Carattere introverso quello del giudice Montalto. Personaggio poco propenso a frequentare i salotti buoni della città. Viene definito un uomo tutto casa e lavoro. Nel tempo libero ama dedicarsi alla lettura e all’ascolto di musica sinfonica. Senza, ovviamente, tralasciare la sua dedizione per la famiglia. Sposato con Marisa Torre, dalla loro relazione erano nate tre figlie. La sua passione per la magistratura, per certi versi, può essere definita ereditaria. Suo padre era stato un magistrato di Cassazione, suo nonno materno aveva svolto la professione di notaio. Suo fratello Enrico, morto anni prima in un incidente stradale, era stato un esponente della corrente giovanile del Partito Comunista.

Un magistrato isolato

Nei suoi anni a Trapani aveva compiuto diverse indagini su banchieri, funzionari dello Stato e politici. Il problema è che non appena cercasse di portare in tribunale imputati d’alto rango questi venivano sistematicamente prosciolti. Un magistrato che, dunque, aveva conosciuto l’isolamento sin dai primi anni settanta. Del resto, quando si tenta, invano, di colpire i poteri forti allora il numero dei nemici è destinato inevitabilmente ad aumentare.

La cosca dei Minore

La mafia a Trapani era una realtà invisibile. C’era ma in pochi la vedevano. Ciaccio Montalto indaga sulla cosca Minore. Si tratta di una famiglia trapanese che, proprio in quegli anni, si allea ai corleonesi di Totò Riina. Vuole conoscere, fino in fondo, la verità. E’ anche per tale ragione che fa riesumare il cadavere di Giovanni Minore. Si diceva che l’uomo fosse morto d’infarto ma il giudice nutriva diversi dubbi al riguardo. Tale gesto provoca il disappunto della famiglia Minore che inizia a guardare con maggiore sospetto al magistrato.

Il ruolo ambiguo del magistrato Costa

Su richiesta di Montalto, nel 1979, un esponente di spicco della cosca Minore scappa da Trapani. E’ destinatario di un mandato di cattura. Il giudice non si ferma e continua ad indagare sui Minore. Nel 1982 emette circa quaranta ordini di cattura nei confronti di diversi uomini della cosca trapanese. Tutti, però, vengono scarcerati in breve tempo. La furia di Montalto si abbatte sul magistrato Antonio Costa. Quest’ultimo avrebbe accettato soldi dai Minore e in cambio si sarebbe impegnato, in qualità di pubblico ministero, a fare richieste più leggere nei confronti di Cosa Nostra trapanese. Ciaccio Montalto viene a conoscenza di tutto ciò. Il magistrato Costa finisce in carcere con l’accusa di corruzione e detenzione abusiva di armi.

La domanda di trasferimento a Firenze

Montalto è sempre più isolato ed è stanco di combattere, da solo, contro mafiosi e contro colleghi che non indagano come dovrebbero. Decide, dunque, di fare domanda di trasferimento per la città di Firenze. Lì avrebbe lavorato, fianco a fianco, con Pier Luigi Vigna e Rosario Minna. Quest’ultimi, infatti, stavano conducendo inchieste sugli interessi della mafia siciliana in Toscana. I mafiosi vengono, spesso, inviati al soggiorno obbligato da quelle parti. E’ questo uno dei motivi che porta la mafia ad espandersi, già a partire tra fine anni settanta e inizio anni ottanta, anche al Nord Italia.

La droga e gli interessi della mafia in Toscana

La richiesta di trasferimento a Firenze, dunque, non è casuale. Tra l’altro, nelle sue ultime indagini Ciaccio Montalto intuisce gli interessi della mafia trapanese nel business degli stupefacenti. Non molto tempo dopo la sua morte, infatti, ad Alcamo viene scoperta una delle più grandi raffinerie di droga d’Europa. Si rende conto che Cosa Nostra vuole allargare i suoi interessi nella droga anche in Toscana. Anche per tale ragione, dunque, decide di trasferirsi nella città di Dante.

L’omicidio di Giangiacomo Ciaccio Montalto

Il 25 gennaio del 1983 Giangiacomo Ciaccio Montalto viene ucciso nei pressi della sua abitazione di Valderice. Non c’è nessuno che lo protegge. Diversi colpi di arma da fuoco lo raggiungono all’interno della sua vettura. Per il magistrato non vi è scampo. Nella sua villa non c’è la sua famiglia ad attenderlo. Montalto, per motivi di sicurezza, aveva deciso di far trasferire altrove sua moglie e le sue figlie. Nei pressi della sua abitazione, però, vivono molte altre famiglie. Nonostante il rumore degli spari, nessuno fa nulla. Il suo corpo rimane a terra per diverse ore, fino all’alba del giorno successivo.

Due condanne all’ergastolo

Giungere alla verità sulla morte di Ciaccio Montalto non sarà semplice. Nei primi anni le accuse colpiscono Totò Minore ma nel 1998 si verrà a sapere che l’uomo era stato ucciso nel 1982 dai corleonesi, dunque un anno prima dell’omicidio del magistrato. Nei tre gradi di giudizio verranno condannati all’ergastolo Totò Riina e Mariano Agate. Del resto, quest’ultimo, quando si trovava in carcere nel 1982, pronunciò parole pesanti nei confronti del magistrato, parole che sarebbero risuonate come una sentenza di morte.

 

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