Ciro Cirillo: tra BR, servizi, camorra e politica

Il sequestro di Ciro Cirillo vide scendere in campo, per la sua liberazione, politici, uomini dei servizi segreti e addirittura camorristi

Le vicende legate al sequestro e alla successiva liberazione di Ciro Cirillo sono la conferma del grande potere che la camorra e, in particolare, Raffaele Cutolo avevano accumulato all’inizio degli anni ’80. In realtà, di questa storia che ha coinvolto, in maniera tutt’altro che limpida, criminalità, servizi segreti e politica, ancora oggi non si conosce tutta la verità.

Ciro Cirillo all’inizio degli anni ’80 è un esponente politico della Dc campana di primo livello. Dopo aver svolto l’incarico di presidente della provincia, Cirillo viene chiamato ad occuparsi dei lavori di ricostruzione post terremoto. Diventa, infatti, assessore ai lavori pubblici della Regione Campania. Cirillo, non senza tentennamenti, accetta quell’incarico così importante e delicato.

Il 27 aprile del 1981 un commando di brigatisti irrompe nei pressi dell’abitazione di Cirillo, nel comune di Torre del Greco, uccidendo l’autista del politico Mario Cancello e l’agente di scorta Luigi Carbone.

Sono quelli anni molto difficili per l’Italia. Oltre all’emergenza criminalità c’è da combattere anche contro le Brigate Rosse. Sono trascorsi solamente pochi anni dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro. Si teme che possa accadere lo stesso anche a Ciro Cirillo. Il rapimento è organizzato da Giovanni Senzani, criminologo molto vicino a Mario Moretti, altro esponente di lusso delle BR.

Il copione è lo stesso. Le BR cominciano a diffondere comunicati nei quali spiegano i motivi del rapimento. Ritengono Ciro Cirillo il responsabile di un’azione politica finalizzata a far trasferire la gente dal centro storico di Napoli a veri e propri quartieri ghetto. Senzani punta a fare in modo che possano essere requisiti gli appartamenti sfitti a Napoli e possano essere consegnati a che, per via del terremoto, è costretto a vivere da mesi nelle roulotte.

Le BR sottopongono Ciro Cirillo al consueto processo popolare. L’esponente della corrente campana della Dc, in quegli anni guidata da Antonio Gava, si sottopone all’interrogatorio rispondendo alle domande che gli sottopongono i suoi carcerieri. Tramite il sequestro, Senzani punta ad ottenere da Cirillo tanti soldi e, così, parte la trattativa per il riscatto.

Alla famiglia di Cirillo perviene una richiesta di riscatto di circa tre miliardi di lire. L’assessore non dispone di tutti quei soldi, così compone l’elenco di tutte quelle persone con le quali vanta buoni rapporti e che potrebbero racimolare la cifra necessaria per il riscatto. Il giornalista Renato Zambelli fa da mediatore tra le richieste dei brigatisti e la famiglia dell’assessore. Alla fine si raggiunge un accordo sulla cifra di un miliardo e quattrocentocinquanta milioni di lire. E’ lo stesso Zambelli a consegnare in quel di Roma i soldi del riscatto a Senzani. Ciro Cirillo viene liberato il 24 luglio del 1981. Nessuno, in quel momento, conosce ciò che è accaduto dietro le quinte del sequestro.

Sin dai primi giorni successivi al sequestro, uomini del Sisde si recano in carcere ad Ascoli Piceno dove incontrano Raffaele Cutolo. L’obiettivo è di convincere il boss a parlare con esponenti delle Br e trovare un accordo per la liberazione dell’assessore. Cutolo vuole garanzie anche da parte della politica e, così, sempre in carcere riceve a colloquio anche il sindaco doroteo di Giugliano Giuliano Granata. Per aprire un dialogo con i brigatisti, il boss di Ottaviano ha bisogno dei suoi uomini. I limiti cominciano ad essere superati quando a Cutolo viene consentito di ricevere in carcere Enzo Casillo e Corrado Iacolare, uomini di fiducia del boss latitanti. Il loro compito è di recarsi a Palmi, un carcere dove sono detenuti molti brigatisti, e scoprire quali sono i margini per un accordo.

In realtà, ad un certo punto il Sisde si fa da parte e subentra nella trattativa il Sismi. Si tratta, però, di aspetti che emergeranno a distanza di mesi. Nei giorni del sequestro nulla di tutto questo viene fuori. Prima della liberazione dell’assessore si parla di un incontro organizzato da Gava con gli imprenditori disposti a pagare la cifra per il riscatto ma il leader campano della Dc smentisce.

I primi sospetti giungono il giorno stesso del rilascio. Quando la volante della Polizia, nei pressi di Poggioreale, trova Ciro Cirillo il compito degli agenti è di accompagnarlo in Questura. Durante il tragitto, però, un poliziotto amico di Cirillo, Biagio Giliberti, decide di accompagnare l’assessore presso la sua abitazione di Torre del Greco. Carmine Pace e Libero Mancuso, i due magistrati che si occupano della vicenda, si recano presso la casa dell’assessore ma un medico dichiara che Cirillo non può essere interrogato. I due magistrati lasciano l’abitazione ma notano la presenza di Antonio Gava e Flaminio Piccoli, probabilmente giunti sul posto per parlare con l’assessore e discutere insieme in merito alla strategia da adottare davanti ai giudici nel corso degli interrogatori dei giorni successivi.

Nel 1982 una giornalista dell’Unità, Marina Maresca, fa i nomi, tramite un documento proveniente dal Ministero dell’Interno, degli uomini della Dc che avrebbero trattato con Cutolo. Vengono coinvolti nella vicenda altri due politici, Enzo Scotti e Francesco Patriarca. Il documento, però, è falso e la giornalista del quotidiano comunista finisce in carcere. Quelle voci riescono, comunque, a scuotere il paese e mettono in difficoltà la Dc che continua, d’altro canto, a difendersi da ogni attacco.

Il giudice Carlo Alemi per anno lavorerà sulle vicende legate al sequestro e alla trattativa per la liberazione di Ciro Cirillo. Le sentenze confermeranno che la trattativa fu aperta ma quasi tutti gli imputati se la cavarono. Ancora oggi sono tanti i punti oscuri di una vicenda che ha coinvolto camorra, servizi segreti, Br e politica e che ha visto un comportamento da parte dello Stato e degli esponenti politici in netta controtendenza rispetto a quanto era stato fatto nel caso Moro.

Ciro Cirillo, che ha da poco compiuto 94 anni, ha promesso che la sua verità verrà fuori dopo la sua morte. Nell’augurare una lunga vita all’ex assessore, l’augurio è che un giorno possa giungere tutta la verità su una vicenda dai contorni poco chiari e che, al di là delle sentenze, ha confermato lo strapotere di Raffaele Cutolo in quegli anni. Proprio all’apice del suo successo, però, lo Stato decise di intervenire e di mettere fine al potere criminale del boss di Ottaviano.

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