Clan Di Lauro vs scissionisti: la faida di Scampia

Il Clan Di Lauro, dopo anni di controllo incontrastato del traffico della droga, si spacca. Nasce il clan degli scissionisti cui fa seguito una faida violentissima

Dopo un incontrastato dominio su ampie zone della periferia nord di Napoli il clan Di Lauro si spacca. Paolo Di Lauro è latitante e, seppur abituato a vivere nell’ombra, non ha più la possibilità di gestire come prima i suoi affari. Alcuni affiliati del clan, in particolare quelli più giovani, cominciano a spazientirsi, vogliono maggiore autonomia nel controllo del traffico della droga.

L’idea iniziale di questi ragazzi era di creare un’organizzazione a parte ma senza entrare in conflitto con il clan Di Lauro. Secondo quanto dichiarato dal pentito Pietro Esposito, Gennaro Marino e un altro ragazzo, soprannominato Angioletto, mandano un messaggio alla famiglia Di Lauro alla quale chiedono un incontro.

Cosimo Di Lauro, capo dell’organizzazione nel momento in cui il padre finisce in latitanza, è preoccupato. Teme che l’incontro sia una trappola e, così, dopo aver inviato i suoi fratelli Marco e Ciro a perlustrare la zona, decide di non presentarsi al meeting. Decisione che si rivela per lui azzeccata visto che quell’incontro era stato organizzato solo ed esclusivamente per far fuori i figli di Paolo Di Lauro.

Fanno parte del gruppo degli scissionisti, soprannominati anche spagnoli, esponenti che in passato avevano ricoperto ruoli anche importanti all’interno del clan Di Lauro: su tutti Raffaele Amato. Il conflitto arrivò a riguardare anche i comuni limitrofi, come Casavatore, Arzano, Mugnano, Melito. Dunque, anche altri clan furono coinvolti in una faida che cominciò a mietere tante vittime, alcune delle quali totalmente estranei ai clan e al mondo criminale.

Dopo la latitanza di Ciruzzo, il clan Di Lauro era momentaneamente passato nelle mani del primogenito di Paolo, ovvero Vincenzo. Nell’aprile del 2004 Vincenzo Di Lauro finì in manette e, così, le redini dell’organizzazione passarono nelle mani degli altri figli, Cosimo, Ciro e Marco.

I tre attuarono una sorta di politica di ringiovanimento all’interno del clan. Essi, infatti, avevano deciso che dovevano far parte del clan persone che avessero non più di trent’anni. Così facendo, anche gli affiliati anziani furono messi da parte e costretti a passare dalla parte degli scissionisti.

In un primo momento, il capo degli scissionisti Raffaele Amato rimase in Spagna. Il clan Di Lauro, scontento per il comportamento dell’ex affiliato che non aveva versato all’organizzazione gli introiti di alcune partite di droga, aveva lanciato una sorta di avvertimento nei confronti di Amato il quale, in un primo momento, decise di rimanere nella penisola iberica.

Nei primi mesi del 2004 cominciò la mattanza. Il primo a cadere sotto i colpi del clan Di Lauro fu Federico Bizzarro, vecchio capozona di Melito che avrebbe dovuto fare posto a Rosario Fusco e Antonio Ronga. I primi segnali della guerra, però, ci furono già nel 2003 con Raffaele Amato che cercò di approfittare del fatto che gran parte degli uomini di spicco del clan Di Lauro in quel momento si trovassero in carcere.

Nei primi mesi della mattanza cadono persone appartenenti all’una o all’altra fazione. Il problema è che comincia una vera e propria strategia di epurazione che comincia a coinvolgere anche persone estranee al clan, colpevoli solo di avere legami di parentela o affettivi con affiliati dell’una o dell’altra organizzazione.

La spirale di violenza raggiunge il culmine il 22 novembre del 2004 quando la furia del clan Di Lauro si abbatte su una ragazza di soli 22 anni. Si chiamava Gelsomina Verde, fu uccisa perché aveva una relazione con Gennaro Notturno, ritenuto vicino agli scissionisti.

Sembrava, ormai, di rivivere a tratti quanto accaduto all’inizio degli anni ’80 con la guerra tra NF e NCO. Lo Stato sembrò impotente dinnanzi a questa nuova escalation di violenze e nemmeno l’arresto di 52 persone, tra cui quello di Ciro Di Lauro, riuscì a frenare una guerra che quasi ogni giorno lasciava sul campo delle vittime. Basti pensare che il 2004 si concluse con un bilancio di più di 130 morti ammazzati.

Tra le donne vittime dell’orrore anche Carmela Attrice. Era la mamma di Francesco Barone, ragazzo vicino agli scissionisti. La donna viveva a Secondigliano, in una zona controllata dai Di Lauro e per questo motivo non era vista di buon occhio dal clan che la fece ammazzare.

Dopo Vincenzo e Ciro anche Cosimo Di Lauro finì in carcere. La reazione del popolo di Secondigliano fu incredibile: le donne, e non era la prima volta che accadeva, si scagliarono contro i carabinieri scagliando contro di loro una miriade di oggetti. Intanto, la guerra proseguiva e non conosceva soste.

Ancora una volta ci andò di mezzo un innocente. Attilio Romanò, totalmente estraneo alle dinamiche dei clan, fu scambiato per un’altra persona e freddato da un commando di killer in quel di Secondigliano.

La guerra si concluse nel 2005. A febbraio fu arrestato in Spagna Raffaele Amato. A settembre toccò al boss Paolo Di Lauro. In carcere baciò Gennaro Pariante, uomo ritenuto vicino agli scissionisti. Il gesto fu interpretato come il segnale della fine della guerra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti.

Nonostante la fine del conflitto, ancora oggi gli equilibri sono molto sottili in una zona dove il controllo del traffico di droga continua a rappresentare un business piuttosto importante. Pochi giorni fa sono stati scarcerati due dei figli di Paolo Di Lauro, Ciro e Vincenzo. Il clan Di Lauro, nonostante gli arresti, in questi anni ha continuato ad esercitare un potere importante nell’area nord di Napoli, per via soprattutto di Marco Di Lauro, altro figlio del boss, latitante da più di dieci anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *