Don Giuseppe Diana: il no alla camorra e l’amore per la sua terra

Don Giuseppe Diana, un prete coraggioso che ha sacrificato la propria vita per dire no alla camorra e ai casalesi

“Per amore del mio popolo non tacerò”. E’ questa la frase di don Giuseppe Diana che è passata alla storia, una frase che rappresenta il simbolo della lotta del sacerdote di Casal Di Principe alla camorra e all’egemonia del clan dei casalesi. Una scelta e un impegno sociale che don Giuseppe Diana ha pagato a caro prezzo ma che è servita ad indicare a tanti giovani quale fosse la strada giusta da seguire.

Potrebbe sembrare scontato che un sacerdote dica no alla camorra. Troppe volte, però, la Chiesa è stata connivente e ha fatto poco o nulla per contrastare il fenomeno mafioso. Ecco perché l’esempio lasciato da don Giuseppe Diana è importante e non può essere dimenticato.

La storia di don Giuseppe Diana parla di un uomo di grande cultura che decise spontaneamente di ritornare nella sua terra d’origine. Egli avrebbe potuto starsene alla larga dal casertano e da Casal Di Principe. Avrebbe potuto proseguire la sua missione in altre località, magari più tranquille e meno a rischio. Eppure don Peppino Diana ha fatto una scelta diversa, convinto di dover fornire un esempio diverso alle nuove generazioni e di far capire loro che non esiste solo la camorra.

Don Peppino Diana aveva compreso sin da subito cosa stava accadendo nella sua terra. Dopo la morte di Antonio Bardellino, si era aperta una falla all’interno del clan dei casalesi. Cominciò una vera e propria faida che vide da una parte gli uomini di Francesco Schiavone detto Sandokan e dall’altra il clan capitanato da Vincenzo De Falco. Una guerra senza esclusione di colpi che portò alla morte di Mario Iovine, l’omicida di Bardellino, e dello stesso De Falco.

Don Peppino Diana si trovò a svolgere il suo operato nel bel mezzo di questa cruda e violenta faida. Era un uomo d’azione che odiava l’immobilismo. Tante le iniziative che aveva posto in essere sin dal suo arrivo a Casal Di Principe. Aveva inaugurato una casa d’accoglienza per immigrati provenienti dal continente africano e per evitare che queste persone, in preda alla disperazione, finissero a lavorare per i clan.

Un episodio molto singolare convinse don Peppino Diana che non era più il momento di stare a guardare, bisognava fare qualcosa di concreto per combattere il potere del clan dei casalesi. Per le strade di Casal Di Principe, San Cipriano D’Aversa e Casapesenna gli uomini del clan Schiavone si divertivano a sbeffeggiare, all’interno dell loro auto, gli appartenenti al clan rivale. Gli affiliati del clan Schiavone non ebbero alcun timore di farsi vedere a volto scoperto, né di mostrare le arme e i fucili con i quali erano soliti andare in giro.

Don Peppino Diana prese allora la decisione di scrivere un documento che fece firmare agli altri preti appartenenti alla foranìa di Casal Di Principe. Il documento aveva come titolo le parole indicate all’inizio: “Per amore del mio popolo non tacerò“. Fu lui stesso a distribuire il testo ai parrocchiani. Nel documento don Peppino Diana parlava dell’emergenza criminalità che ogni giorno strappava alle famiglie tanti giovani figli. Il sacerdote dimostrò di conoscere molto bene il fenomeno mafioso. Parlava senza remore delle estorsioni e delle tangenti che il clan intascava sugli appalti pubblici, del traffico di sostanze stupefacenti e di questa violenta faida che stava lasciando sul campo tante vittime. Don Peppino Diana si rivolgeva alla Chiesa e agli altri sacerdoti, invitandoli a non tacere e a parlare apertamente, a denunciare il malaffare e l’egemonia della camorra.

Don Peppino Diana non ebbe paura di attaccare le istituzioni ed i politici, rei di aver fatto accordi con la criminalità e di aver contribuito ad allargare il fenomeno mafioso. Egli aveva capito che la camorra trova terreno facile in un’area come quella del Mezzogiorno dove trovare lavoro era ed è difficile e che ciò finisce per aumentare inesorabilmente le probabilità di finire nella morsa e nel controllo dei clan.

Al sacerdote non andava giù il fatto che la camorra si sentisse vicina alla fede cristiana. Per don Peppino Diana la camorra era incompatibile con il messaggio di Dio. Le mafie hanno sempre avuto un rapporto, a dire dei boss, molto profondo con la fede. Un rapporto chiaro ed inequivocabile per le organizzazioni che pretendono di adattare la parola del Signore ed i comandamenti alle loro esigenze, convinti di fare il bene di quella che loro chiamano famiglia e di ricorrere al gesto più estremo, quello dell’omicidio, solo per salvaguardare l’interesse del clan.

A don Giuseppe Diana tutto questo non andava giù e lo diceva apertamente. Addirittura, arrivò a dire che non sarebbe stato permesso di fare il “padrino” ad un boss o, comunque, ad un uomo che fa parte di un’organizzazione criminale. Per i clan era diventato un pericolo quel prete che con la sua parola cercava di isolare la camorra e di dare nuova dignità ad un popolo oppresso e vittima della violenza delle organizzazioni criminali.

Don Giuseppe Diana fa ucciso il giorno del suo onomastico, il 19 marzo del 1994. Si trovava nei pressi della sua chiesa quando il killer, sopraggiunse, lo chiamò per nome e lo uccise con diversi colpi di arma da fuoco.

In quel periodo sindaco di Casale era Renato Natale, uomo che aveva sin da subito impostato il suo mandato in direzione del contrasto ai clan e che fu tra i primi ad accorrere sul luogo del delitto. Dopo l’esperienza degli anni novanta, Renato Natale è stato da qualche anno rieletto sindaco, una speranza nuova per il comune di Casal Di Principe e per la parte onesta di questo comune, che resta la stragrande maggioranza dei cittadini.

Le indagini per l’omicidio di Don Giuseppe Diana presero sin da subito di mira il gruppo che si opponeva agli Schiavone, gruppo capeggiato da Nunzio De Falco e che aveva tra gli affiliati anche Giuseppe Quadrano. Il clan De Falco tentò di far ricadere la colpa su Francesco Schiavone. Quest’ultimo fece sapere di essere totalmente estraneo alla vicenda ed, in effetti, era la verità.

Giuseppe Quadrano, dopo aver tentato di depistare le indagini e di screditare a più riprese l’immagine di don Peppino Diana, si consegnò in Spagna alla Polizia e cominciò a collaborare. Per l’omicidio di don Giuseppe Diana furono condannati Nunzio De Falco, lo stesso Giuseppe Quadrano, Mario Santoro e Francesco Piacenti. A premere il grilletto era stato proprio Giuseppe Quadrano.

Nel corso dei vari dibattimenti emerse la possibilità che l’omicidio di don Giuseppe Diana fosse un messaggio destinato a segnare la fine della guerra tra le due cosche. Don Giuseppe Diana, però, vive ancora nei cuori di chi non accetta il potere criminale e sono tante le iniziative, anche televisive, che negli anni sono state promosse per ricordare la figura del sacerdote coraggioso. Nel 2014 la Rai ha realizzato e mandato in onda una fiction dedicata a don Giuseppe Diana, dal titolo “Per amore del mio popolo“.

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