Emanuele Basile: l’eredità di Boris Giuliano e un processo difficile

Emanuele Basile: l’ufficiale dei Carabinieri che proseguì il lavoro di Boris Giuliano ma il cui destino fu lo stesso del suo predecessore. La biografia, l’omicidio e il complicato processo per l’accertamento della verità

Il 1980 è un anno difficile per la Sicilia e lo si vede sin dai primi giorni. L’omicidio di Piersanti Mattarella non resterà l’unico di quell’annata ma sarà, dopo qualche mese, seguito da un altro barbaro delitto, quello dell’ufficiale dei Carabinieri Emanuele Basile. Un’altra storia che merita di essere raccontata, sia per rendere omaggio al sacrificio di Basile ma anche per comprendere meglio il clima di tensione che si respirava a Palermo in quegli anni veramente bui e tormentati.

I primi anni nell’Arma dei Carabinieri

Emanuele Basile nasce in Puglia, per l’esattezza a Taranto, nel 1949. Nel corso della sua adolescenza si appassiona al settore sanitario ma non sarà quella la sua scelta di vita. Basile decide di entrare nell’Arma dei Carabinieri e lo fa perché crede profondamente nei valori di giustizia e legalità. Anche lui si sottopone alla cosiddetta gavetta. Comincia a dirigere caserme del Nord Italia, come quella di Sestri Levante e tante altre ancora, per poi approdare a Palermo, prendendo servizio presso la Caserma di Monreale. Nel destino di Basile ci sarebbero state altre destinazioni, se la mafia non avesse deciso di ucciderlo. L’ufficiale, infatti, era in procinto di trasferirsi a San Benedetto del Tronto.

Basile raccoglie l’eredità di Giuliano

Nel corso della sua esperienza in Sicilia, Emanuele Basile si rivela molto prezioso nell’ambito della lotta alla mafia. Basile porta avanti alcune delle indagini intraprese da Boris Giuliano, in particolare quelle sul traffico di stupefacenti. Non è difficile ritenere che se ai due carabinieri sia toccato, a distanza di pochi mesi, lo stesso destino è perché, probabilmente, avevano scoperto qualcosa di grosso e di veramente importante sulla mafia.

L’omicidio di Emanuele Basile

Il 4 maggio del 1980 a Monreale è un giorno di festa. Si celebra, infatti, la processione del Santissimo Crocifisso. A quella festa partecipa anche il capitano dell’Arma dei Carabinieri Emanuele Basile. L’uomo si trova in compagnia della moglie e di sua figlia. La serata sta per volgere al termine, la gente aspetta solo l’arrivo dei fuochi d’artificio prima di rientrare a casa. Di lì a poco, però, gli unici spari che si sentono, purtroppo, non sono quelli dei fuochi d’artificio ma provengono dall’arma da fuoco che uccide il capitano Basile. L’ufficiale viene colpito alla schiena, ai sicari poco interessa che il capitano abbia sua figlia tra le braccia. Per fortuna, sia la bambina che la moglie restano miracolosamente illese ma lo sgomento è tanto. Il capitano viene trasportato in ospedale e muore nel corso di un intervento chirurgico. Cosa Nostra ha alzato ulteriormente il tiro e sembra, ormai, pronta ad un vero e proprio attacco frontale allo Stato. Per i killer è facile scappare via, considerando il caos che c’è a Monreale a causa dell’evento religioso e civile in programma quella sera.

L’arresto dei killer e il coraggioso gesto del procuratore Costa

Lo Stato sembra voler reagire immediatamente. In poche ore vengono arrestati dai carabinieri i presunti responsabili del delitto insieme ad altre trenta persone. Il procuratore di Palermo Gaetano Costa si assume la responsabilità di convalidare quei fermi. Non tutti sono d’accordo con lui. Non a caso, anch’egli pagherà molto caro questo gesto. Tra gli arrestati anche Armando Bonanno, Vincenzo Madonia e Vincenzo Puccio, tra i primi sospettati del delitto.

L’assoluzione al processo di primo grado

Sembra, dunque, che in tale circostanza gli assassini siano subito stati consegnati alla giustizia. In realtà, non è così. Anche stavolta l’iter giudiziario sarà molto lungo e non mancheranno le sorprese. Infatti, al processo di primo grado Puccio, Madonia e Bonanno vengono rilasciati per mancanza di sufficienti indizi a loro carico. I tre vengono spediti al confino in Sardegna ma, dopo pochi giorni, si danno alla fuga e cominciano nuovamente a fare l’unica cosa che sapevano fare: uccidere. L’intero processo vede il continuo tentativo di Cosa Nostra, con minacce ed intimidazioni, di condizionare la decisione dei giudici. Non a caso, la decisione del processo di primo grado appare strana, visto che gli indizi ci sono e anche parecchi ma a mancare è, forse, il coraggio di mettere alla sbarra i mafiosi.

La sentenza del giudice Saetta

La Procura della Repubblica decide di impugnare la sentenza e nel corso del processo d’Appello si distingue un giudice che fino a quel momento non aveva ricoperto alcun incarico su vicende mafiose ma che dimostra di avere il coraggio che in precedenza era mancato ai suoi colleghi. Questo giudice è Antonino Saetta che ribalta la sentenza di primo grado e decreta la condanna per Puccio, Bonanno e Madonia. Antonino Saetta muore insieme al figlio Stefano nel 1988. Anch’egli rimane vittima del fuoco di Cosa Nostra e della sete di vendetta dei mafiosi.

La Cassazione annulla il processo: tutto da rifare

Non è ancora finita qui perché c’è l’opportunità di ricorrere in Cassazione e la mafia ha ancora la speranza che i tre uomini non vengano condannati. La Cassazione ribalta la decisione della Corte d’Appello. Tutto il processo viene considerato nullo perché a uno dei due difensori di uno degli imputati non era stata data notizia in merito alla data scelta per il sorteggio dei giudici popolari. Siamo, dunque, ad una nuova puntata di una vicenda che ha veramente dell’incredibile e del paradossale, quasi del comico. C’è ben poco, però, da ridere perché, oltre alla morte di Basile, per questa vicenda hanno perso la vita, come detto poc’anzi, anche Antonino e Stefano Saetta.

Un nuovo processo e le condanne definitive

A causa di quel vizio di forma, è necessario un nuovo processo per arrivare alla condanna definitiva dei tre imputati. Le pressioni sui giudici si verificano anche in tale occasione. Un notaio palermitano cerca di mettersi in contatto con il presidente della Corte d’Assise Scaduti il quale denuncia il tentativo di corruzione dell’uomo. Stavolta, per i tre killer del capitano Emanuele Basile non c’è scampo. Tutti vengono condannati, sia nel processo d’Appello che in Cassazione e la famiglia del capitano può finalmente avere giustizia.

 

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