Emanuele Notarbartolo: il primo grande delitto di mafia

Emanuele Notarbartolo: un delitto eccellente rimasto impunito

Quello di Emanuele Notarbartolo è il primo grande delitto nella storia della mafia siciliana e, forse, delle mafie italiane. Un omicidio dalla portata talmente ampia da riuscire a scuotere l’opinione pubblica per diversi anni, addirittura fino all’inizio del Novecento. Peccato che solo che il finale sia stato praticamente lo stesso rispetto ad altri reato che la mafia già aveva compiuto, cioè che gli autori del crimine siano rimasti impuniti.

Chi è Emanuele Notarbartolo

Emanuele Notarbartolo svolse per tre anni il ruolo di sindaco di Palermo, a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 del 1800. Dopo l’incarico di sindaco, Notarbartolo fu nominato direttore generale del Banco di Sicilia. Occupò quest’incarico fino al 1890, tre anni prima della sua morte. Molto di ciò che oggi si sa su Emanuele Notarbartolo lo si deve alla straordinaria biografia che ci ha lasciato il figlio Leopoldo. Il sospetto è che la morte di quest’uomo dai sani principi sia riconducibile proprio al compito da egli svolto negli anni in cui ha lavorato al Banco di Sicilia.

I primi problemi con la criminalità organizzata per Emanuele Notarbartolo erano cominciati nel 1882, quando fu vittima di un sequestro. Fu rilasciato dopo sei giorni, dietro pagamento di un riscatto. La vicenda non fu mai del tutto chiarita e, a distanza di tanti anni, dopo la morte di Notarbartolo, ci fu chi sospettò che ci fosse qualche collegamento tra il rapimento e la morte.

La morte

Emanuele Notarbartolo muore il 1 febbraio del 1993. L’uomo, dalla stazione di Sciara, salì sul treno che avrebbe dovuto condurlo a Palermo. Notarbartolo, dopo il sequestro di cui era stato vittima, aveva cominciato a preoccuparsi della sia sicurezza e si era munito di armi da poter utilizzare in caso di emergenza. Mai si sarebbe aspettato di incontrare problemi sui vagoni di un treno. A Termini Imerese salirono due uomini. Non appena il treni raggiunse una galleria, i due ne approfittarono per mettere a segno il delitto, utilizzando come armi un pugnale ed un coltello. Dopo esserci accertati della morte della vittima, i due assassini cercarono di fare razzia dei documenti e degli oggetti di Notarbartolo. Lanciarono il cadavere dal treno con la speranza che finisse in un torrente e che, poi, raggiungesse il mare. Il corpo, però, rimase vicino ai binari e, dunque, non fu difficile ritrovarlo.

Il processo

Il processo cominciò a Milano addirittura sul finire del secolo, sebbene l’omicidio fosse stato compiuto nel 1893. Era stato scoperto che nel periodo precedente l’omicidio il Banco di Sicilia era finito nell’occhio del ciclone a causa di una condotta scorretta e per diverse violazioni delle norme bancarie. Quando il processo prese il via, nel novembre del 1899, gli unici imputati erano due ferrovieri. La Polizia era convinta del fatto che i due si fossero fatti corrompere e che avessero offerto le necessarie coperture per consentire agli assassini di ammazzare Emanuele Notarbartolo.

La deposizione di Leopoldo Notarbartolo

Cinque giorni dopo l’inizio del processo fu sentito come testimone Leopoldo Notarbartolo, il figlio dell’ex sindaco. Fu lui a muovere un’accusa gravissima destinata a cambiare le sorti del processo. Disse, infatti, che il mandante dell’omicidio era don Raffaele Palizzolo, deputato ed imprenditore ritenuto molto vicino alla mafia. Leopoldo ripercorse le varie tappe degli incontri tra suo padre e Palizzolo. Lasciò intendere che ci fosse un’ampia responsabilità dell’uomo anche per il sequestro del 1882. Palizzolo era stato membro del Cda del Banco di Sicilia e contrastava apertamente con le idee di Notarbartolo il quale non era disposto a scendere a compromessi e voleva evitare che la Banca venisse utilizzata per elargire favori a chiunque ne avesse bisogno, anche e soprattutto a persone poco raccomandabili. Notarbartolo fu, però, messo con le spalle al muro e costretto a dimettersi.

Gli arresti di Palizzolo e Fontana

Palizzolo, dopo le accuse di Leopoldo Notarbartolo, si vide crollare il mondo addosso. Essendo deputato poteva contare sull’immunità parlamentare ma la Camera votò a favore in merito alla richiesta di autorizzazione a procedere. Don Raffaele Palizzolo finì in carcere e, dopo poco, lo stesso destino toccò all’uomo accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio: Giuseppe Fontana. Quest’ultimo fu incastrato dalle dichiarazioni del vicecapostazione di Termini Imerese ma in un primo momento preferì darsi alla fuga. Il questore Sangiorgi lo convinse a consegnarsi. Agli inizi del Novecento i due responsabili del delitto di Emanuele Notarbartolo erano in carcere. Nel 1902 il processo riprese e fu spostato a Bologna. Per Fontana e Palizzolo arrivò una condanna a trent’anni di carcere.

La sentenza della Cassazione e il nuovo processo

La decisione della Corte d’Assise di Bologna fu annullata dalla Cassazione a causa di un vizio di forma. Nel 1903, dieci anni dopo la morte di Emanuele Notarbartolo, il processo ripartì da Firenze. L’attenzione dell’opinione pubblica sull’intera vicenda era nettamente calata. L’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata mafia fu minimizzata ancora una volta. Le difese, stavolta, ebbero la meglio dell’accusa e nel 1904 Palizzolo e Fontana furono scarcerati per insufficienza di prove. Insieme a Fontana l’altro autore del delitto era stato un certo Matteo Filippello ma l’uomo fu trovato morto, probabilmente suicida, prima di essere ascoltato in tribunale.

Nessun colpevole

Dal punto di vista giudiziario, dunque, la vicenda legata all’assassinio di Emanuele Notarbartolo si concluse in modo deludente. Palizzolo perse il suo potere politico a livello nazionale ma non a livello locale. A Leopoldo Notarbartolo non rimase che onorare la memoria del padre raccontando la sua vita. Il libro verrà pubblicato due anni dopo il decesso di Leopoldo, avvenuto nel 1947.

Agli inizi del Novecento, con l’avvicinarsi della Prima Guerra Mondiale, la mafia era stata tutt’altro che sconfitta e gli eventi politici di quegli anni non fecero altre che distogliere l’attenzione su un’organizzazione criminale che continuava a prosperare nel silenzio.

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