Gaetano Costa: un magistrato lasciato solo

Gaetano Costa: procuratore capo di Palermo all’inizio degli anni ’80, indagò a fondo sul boss Rosario Spatola ma fu isolato dai suoi colleghi: fu ucciso il 6 agosto del 1980

Gaetano Costa era un magistrato che non voleva piegarsi al dominio incontrastato della mafia e all’immobilità di una magistratura che, con le proprie sentenze, aveva spesso ridimensionato, se non addirittura negato, l’esistenza di organizzazioni criminali in Sicilia. Pagò il coraggio e l’isolamento cui fu costretto con la vita.

L’ingresso in Magistratura e l’adesione al PCI

Costa nasce a Caltanissetta nel 1916. Porta avanti gli studi con passione e dedizione. Dopo aver ottenuto il diploma, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e si laurea. Nello stesso tempo, il giovane nisseno si dedica anche all’attività politica. Si iscrive al Partito Comunista anche se, in un primo momento, nel periodo del fascismo, lo fa in maniera clandestina. Vince il concorso in Magistratura e comincia ad operare in maniera attiva negli anni ’40. Lavora prima al tribunale di Roma, poi ottiene il trasferimento nella sua Caltanissetta dove rimane fino alla metà degli anni ’60.

Già ai tempi della sua esperienza nissena, Gaetano Costa dimostra di conoscere a fondo la mafia e di aver intuito che le organizzazioni criminali hanno abbandonato la loro dimensione rurale per dedicarsi ai grandi affari, relativi soprattutto agli appalti pubblici. Di conseguenza, si rende conto che le leggi in quel momento presenti non bastano per attaccare i criminali ma c’è bisogno di provvedimenti che diano alla magistratura la possibilità di indagare a fondo sulle ricchezze accumulate dalla mafie, insomma sui beni e sugli interessi economici delle cosche.

La nomina a procuratore capo di Palermo

La sua grande occasione arriva nel 1978, quando viene nominato procuratore capo di Palermo. Gaetano Costa è una persona intelligente e sa che quella nomina gli porterà problemi e gli causerà gelosie ed ostacoli da parte dei suoi colleghe e non solo. Nonostante questo, il neo procuratore del capoluogo comincia ad indagare a fondo sulle cosche mafiose e lo fa proprio dalla prospettiva degli affari. Insomma, Costa è interessato a capire come le cosche fanno soldi e dove il denaro confluisce.

L’omicidio di Gaetano Costa

Il 6 agosto 1980 è il giorno in cui la mafia decide di eliminare per sempre quel procuratore scomodo che avrebbe potuto causare molti problemi a Cosa Nostra. Gaetano Costa si trova in via Cavour ed osserva i libri esposti su una bancarella. All’improvviso arriva un killer che gli spara sul viso. Per il procuratore non ci sono speranze. Lo Stato perde ancora in una guerra che in quel momento non combatte in maniera unitaria. A farne le spese, per l’ennesima volta, sono quei pochi uomini delle istituzioni che si espongono e che, con il loro lavoro, cercano di contrastare le organizzazioni criminali.

Perché la mafia lo uccide

Probabilmente, il procuratore nisseno sapeva di essere in pericolo. Non poteva non essersi accorto, nei mesi precedenti, della morte di altri importanti uomini dello Stato che stavano combattendo la mafia. La condanna a morte per Gaetano Costa molto probabilmente era arrivata qualche mese prima dell’omicidio. Siamo nel maggio del 1980, sono trascorsi pochi giorni dall’uccisione del capitano Emanuele Basile e il procuratore capo di Palermo si ritrova sulla scrivania un rapporto sui traffici di droga che lega le famiglie che Inzerillo, Spatola e Gambino. Dopo aver valutato attentamente quelle carte, Costa si convince a firmare circa cinquanta mandati d’arresto nei confronti di tali famiglie mafiose impegnate nel business della droga. Queste famiglie avevano utilizzato i proventi delle sostanze stupefacenti nel settore dell’edilizia e delle costruzioni. E’ proprio in questo momento che giunge l’isolamento da parte dei suoi colleghi. Alcuni suoi sostituti non sono d’accordo con Costa e, facendo leva anche sugli organi di stampa, dichiarano apertamente di non aver firmato quei mandati d’arresto. Nonostante ciò, Costa va avanti con coraggio e si assume la responsabilità di mandare in carcere i mafiosi.

Un delitto impunito

Nessuno è stato condannato, ad oggi, per l’omicidio dell’ex procuratore capo di Palermo. Da più parti si sostiene che la responsabilità del delitto non sia da attribuire ai corleonesi ma alla fazione opposta, in particolare a quella facente capo a Salvatore Inzerillo. Le cosche mafiose palermitane potrebbero aver eliminato Costa non soltanto per via di quei mandati di cattura ma anche per mandare un segnale forte ai corleonesi e dimostrare loro che anche la mafia di Palermo avrebbe potuto attaccare lo Stato in maniera frontale. Queste sono solo alcune delle ipotesi. Difficile, infatti, dimenticare le delicate indagini che stava svolgendo il magistrato sugli investimenti economici della mafia. Si sa bene che, quando ci sono di mezzo i soldi, la mafia ha bisogno della connivenza anche del mondo imprenditoriale e politico.

Altre ipotesi

Non bisogna, inoltre, dimenticare il ruolo che potrebbe aver svolto Michele Sindona in questo ed in altri omicidi di quel periodo. Infatti, Gaetano Costa aveva ordinato approfondite indagini anche sul sistema bancario della Sicilia, con l’obiettivo di cogliere eventuali collegamenti con le organizzazioni mafiose. Ricordiamo che il falso rapimento di Michele Sindona fu organizzato proprio dalle famiglie mafiose di Palermo, quelle di Stefano Bontate e Totuccio Inzerillo, insomma le famiglie che avevano non pochi collegamento con gli Stati Uniti d’America e le famiglie mafiose siculo-americane.

Il contributo di Costa sul caso Impastato

Negli anni successivi Michele Costa, figlio dell’ex procuratore capo del capoluogo siciliano, ricorda anche l’impegno di suo padre nella ricostruzione della morte di Peppino Impastato. Costa, infatti, accoglie i familiari di Peppino i quali non credono alla pista del suicidio ma sono convinti che il loro caro sia stato ucciso. Michele Costa, ricordando le confidenze del padre all’epoca dei fatti, dice che anche suo padre fosse sicuro che il coraggioso cronista di Cinisi fosse stato ucciso e che fosse stato messo in atto un grosso tentativo di depistaggio. A quanto pare, Costa cercò di convincere il sostituto procuratore Domenico Signorino ad indagare a fondo su Gaetano Badalamenti, boss di Cinisi. Si intromette nella vicenda il procuratore generale Pizzillo che parla con Signorino e lo invita a fare attenzione sui rapporti dei carabinieri. Pizzillo, infatti, avverte Signorino della volontà dei comunisti di far passare per omicidio quello che, a suo parere, era stato un suicidio. La verità sulla morte di Impastato sarebbe emersa molti anni dopo ma anche in quell’occasione si preferì far leva sulle presunte “persecuzioni” dei comunisti piuttosto che cercare veramente la verità.

Insomma, era questo il contesto in cui operava un magistrato coraggioso come Gaetano Costa, un uomo che rappresentava l’eccezione alla regola che, fino a quel momento, aveva quasi sempre garantito impunità alla mafia.

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