Giudice Rocco Chinnici: biografia e frasi celebri dell’ideatore del pool antimafia

Giudice Rocco Chinnici: ripercorriamo la biografia e le frasi che hanno reso celebre il magistrato che ideò il pool antimafia di Palermo

Il giudice Rocco Chinnici è stato un valoroso magistrato che ha saputo combattere con idee innovative la mafia. Ha compreso che era necessario unire le forze perché solo in questo modo era possibile assestare duri colpi alle cosce mafiose siciliane.

Rocco Chinnici: biografia del giudice istruttore

Chinnici nasce a Misilmeri, comune non molto distante da Palermo, il 19 gennaio del 1925. Appassionato di materie umanistiche, studia e si diploma al liceo classico Umberto I. Decide, poi, di iscriversi all’Università, presso la facoltà di Giurisprudenza. Non solo studio. Rocco è un giovane diligente e premuroso verso la sua famiglia. Anche per questo motivo si dà da fare lavorando presso l’ufficio del Registro del suo comune di origine.

La famiglia

In quegli anni il futuro giudice Rocco Chinnici conosce Agata Passalacqua, la donna che diventerà sua moglie e la compagna della sua vita. Nel 1952 entra in magistratura. Le sue prime esperienze maturano presso il tribunale di Trapani. Successivamente, passa alla pretura di Partanna, dove rimarrà per più di dieci anni. Tra il 1954 ed il 1964 nascono i suoi tre figli: Caterina, Elvira e Giovanni.

L’incarico presso l’ufficio istruzione

La svolta della sua carriera arriva nel 1966, quando ottiene l’incarico presso l’ufficio istruzione del tribunale di Palermo. Nel corso degli anni il suo ruolo cambia: comincia come giudice istruttore, poi diventa consigliere istruttore aggiunto. Infine, nel 1979, la nomina a consigliere istruttore.

Il processo sulla strage di viale Lazio

Sin dalla seconda metà degli anni ottanta comincia ad occuparsi a fondo di mafia siciliana. In tal senso, un importantissimo processo gli viene assegnato nel 1970. E’ chiamato, infatti, ad occuparsi della strage di viale Lazio, l’episodio conclusivo della prima guerra di mafia.

L’ideatore del pool antimafia di Palermo

La nomina a consigliere istruttore arriva in seguito alla morte, per mano di Cosa Nostra, del magistrato Cesare Terranova. Il suo più grande merito è quello di aver istituito un nuovo metodo di lavoro. E’ lui ad intuire le grandi capacità dei giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello. Il giudice Rocco Chinnici fa in modo che essi lavorino insieme, mettendo, così, le basi di quello che diventerà, grazie ad Antonino Caponnetto, il cosiddetto “pool antimafia” di Palermo.

Un grande lavoro di squadra

Grazie ad un’importante lavoro di squadra il magistrato Chinnici istruisce diversi processi ai danni dei mafiosi e scava il solco che consentirà, nella seconda parte degli anni ottanta, di celebrare il più grande processo nei confronti della mafia siciliana.

L’impegno sociale del giudice

Rocco Chinnici si trova a studiare il fenomeno mafioso in un momento storico molto importante. Siamo negli anni in cui la mafia cambia volto, da rurale diventa urbana. Il business più grande per le organizzazioni criminali comincia ad essere rappresentato dalla droga. Consapevole di quanto dannosa sia questa piaga sociale, il giudice cerca di fare leva sui giovani e non solo. Partecipa a diversi eventi, con l’obiettivo di fornire una testimonianza preziosa che possa aiutare soprattutto le giovani generazioni a scegliere la strada giusta.

Un pericolo per i corleonesi

I corleonesi non accettano intromissioni sia da parte di clan rivali che di uomini dello Stato. La loro strategia del terrore punta all’uccisione di tutti coloro che possono rappresentare un pericolo per gli interessi di Cosa Nostra. Anche il giudice Rocco Chinnici viene considerato un nemico da sconfiggere. E’ per tale ragione che i mafiosi decidono di eliminare quel magistrato che non aveva alcuna intenzione di mollare la presa.

La strage di via Pipitone

Il 29 luglio del 1983 Rocco Chinnici si appresta a salire nella sua auto blindata, in via Pipitone, per recarsi a lavoro. Stavolta, Cosa Nostra sperimenta un nuovo metodo per annientare gli uomini dello Stato. Niente più pistole e sparatorie. I mafiosi piazzano in una Fiat 126 verde un’autobomba. Con l’ausilio di un telecomando l’auto esplode. Il botto è fortissimo. Per il giudice Rocco Chinnici non c’è scampo. Nell’attentato perdono la vita altre tre persone: si tratta del maresciallo Mario Trapassi, dell’appuntato Salvatore Bartolotta e del portiere del palazzo Stefano Li Sacchi.

Il processo e le assoluzioni

Per istruire il processo sulla strage di via Pipitone saranno necessari circa sei mesi. Il processo comincia nel 1984 a Caltanissetta. Tra gli imputati figurano diversi esponenti della famiglia Greco, il capomafia Michele nonché suo fratello e suo cugino. Gli imputati, in tutto sei, verranno assolti in Cassazione, nonostante le diverse condanne che erano state decretate dal giudice Antonino Saetta nel processo di secondo grado.

Le dichiarazioni del pentito Brusca

Il processo sull’omicidio di Rocco Chinnici vive una nuova fase nella seconda metà degli anni novanta, in seguito al pentimento di Giovanni Brusca. Il boss di San Giuseppe Jato confessa le sue responsabilità in qualità di esecutore materiale della strage. Insieme a lui avrebbe agito il mafioso Antonino Madonia. Brusca, però, fa molto di più e rivela anche i nomi dei mandanti.

Le condanne definitive

Nel 1998 viene chiesto il rinvio a giudizio per 19 persone. La Corte d’Assise d’Appello di Caltanisetta condanna all’ergastolo nel 2002 ben dodici imputati: si tratta dei boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Stefano Ganci, Raffaele Ganci, Pippo Calò, Antonino Geraci, Salvatore Buscemi, Salvatore Montalto, Giuseppe Montalto, Vincenzo Galatolo, Francesco Madonia ed Antonino Madonia. La sentenza di secondo grado verrà confermata in Cassazione.

Rocco Chinnici: frasi celebri del giudice

Tra le frasi celebri del giudice Rocco Chinnici vogliamo ricordarne una che, forse più di tutte, sintetizza ed esprime nel migliore dei modi il suo pensiero sulla mafia: “Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai“. Chinnici riteneva, dunque, che solo mobilitando e sensibilizzando le coscienze dei cittadini si potesse fronteggiare e sconfiggere la mafia.

Il terzo livello e la caccia agli insospettabili

Il contributo di Rocco Chinnici nella lotta alla mafia è stato fondamentale. Il suo ruolo è stato importante anche in merito ad alcune vicende che avevano preceduto la sua morte. Era, infatti, tra i pochi a ritenere che Peppino Impastato fosse stato ucciso e che non si fosse suicidato. Stava per scoprire la verità sugli omicidi di Pio La Torre, Piersanti Mattarella e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Si era reso conto che, al di sopra del livello militare della mafia, potesse esservene un altro. Un livello caratterizzato dalla presenza dei cosiddetti colletti bianchi, affermati professionisti che agivano nell’ombra per favorire gli interessi di Cosa Nostra.

 

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