Giuseppe Di Cristina: le rivelazioni ai carabinieri ed una morte annunciata

Giuseppe Di Cristina: il boss che aveva compreso quanto pericolosi fossero i corleonesi

Giuseppe Di Cristina è stato un boss mafioso che ha svolto un ruolo importante nella Cosa Nostra degli anni ’70. La sua vicenda ci permette di cogliere un altro momento decisivo nella scalata al potere dei corleonesi. Di Cristina, infatti, verrà eliminato proprio dalla cosca di Corleone, nonostante lui stesso avesse invitato i suoi colleghi in seno all’organizzazione a prestare attenzione a Salvatore Riina e al resto del clan.

Mafiosi di generazione in generazione

Giuseppe Di Cristina è uno di quegli uomini che entra a far parte della mafia per una sorta di tradizione familiare. Egli è originario di Riesi, comune della provincia di Caltanisetta. Per Di Cristina non sembrano esserci strade alternative all’affiliazione mafiosa, visto che sia suo padre che suo nonno erano stati dei boss mafiosi anche di un certo prestigio.

Il padre, Francesco Di Cristina, prima della seconda guerra mondiale, riesce a riportare l’ordine in una città impaurita da alcuni gruppi di ladri e banditi. Di Cristina riporta l’ordine e viene da tutti visto come un uomo buono, portatore di pace. Con il trascorrere degli anni, però, don Ciccio comincia ad invecchiare e si rende conto di dover nominare un suo successore prima che sia troppo tardi, compiendo lo stesso gesto che suo padre aveva fatto con lui.

Di Cristina Giuseppe prende il posto di Don Ciccio

Il momento che segna l’uscita di scena di Francesco Di Cristina e la comparsa ufficiale di suo figlio Giuseppe è da ricercare in un evento religioso importante per gli abitanti di Riesi. Come sappiamo ormai sin troppo bene, la mafia ci ha spesso abituati ad appropriarsi degli eventi religiosi per trasformarli ed interpretarli in chiave simbolica. Ed è così che, in una domenica di settembre, durante la processione a Riesi in cui viene portata a spalla la cosiddetta Madonna della Catena, la statua si ferma all’improvviso sotto la casa di Don Ciccio. Il vecchio boss, stanco e malato, ordina al primo dei suoi quattro figli, di farsi avanti. Il padre lo abbraccia e lo bacia sulle guance. Per Giuseppe Di Cristina è l’investitura ufficiale. Dal 1960 in poi è lui il boss di Riesi. Suo padre muore l’anno dopo, nel 1961.

Le amicizie politiche

Giuseppe Di Cristina si unisce in matrimonio ad una donna molto bella e affascinante, Antonina Di Legami. Coltiva amicizie di un certo peso che gli permettono per un breve periodo di lavorare presso la Cassa di Risparmio e poi di trovare un’occupazione presso la Società Chimica Siciliana. Le sue conoscenze sono soprattutto di tipo politico, come quella col senatore democristiano Graziano Verzotto. Di Cristina diventa amico di boss di prestigio di Palermo, su tutti Stefano Bontate e Giuseppe Calderone.

L’omicidio Russo e il disappunto del boss

Secondo molti, Giuseppe Di Cristina è tra coloro i quali prende parte all’omicidio di Michele Cavataio, ritenuto il responsabile dello scoppio della prima guerra di Cosa Nostra. Gli anni ’70, però, vedono una crescita esponenziale dei corleonesi che, grazie alla stagione dei sequestri, si vendicano del mancato coinvolgimento nel business della droga. Uno dei momenti chiave che segna la vita anche di Giuseppe Di Cristina è la morte del colonnello Giuseppe Russo. La reazione dei vertici di Cosa Nostra all’episodio è controversa. La decisione era stata presa, sostiene Giuseppe Di Cristina, senza interpellare la commissione di Cosa Nostra. Per il figlio di Don Ciccio si tratta di un fatto gravissimo ma gli altri capimafia non sembrano, poi, così tanto allarmati. Un ruolo che via via diventa sempre meno ambiguo è svolto da Michele Greco, soprannominato il Papa. Quando Di Cristina chiede spiegazioni sull’omicidio Russo le risposte di Greco sono evasive. E’ un segnale che anche il boss di Ciaculli si è schierato dalla parte dei corleonesi.

Giuseppe Di Cristina, soprannominato la tigre di Riesi, scampa ad un attentato già sul finire del 1977. Di Cristina quella mattina non si reca al lavoro. Due impiegati passano davanti casa sua per accompagnarlo al lavoro ma il boss dice che, forse, li raggiungerà più tardi. Un commando sorprende i due impiegati, di cui quello al volante si dice abbia una forte somiglianza con lo stesso Di Cristina. Per i due non c’è scampo. Il boss è riuscito a cavarsela ma sembra abbastanza evidente che il vero obiettivo dei killer fosse lui.

L’omicidio Madonia

La tigre di Riesi organizza una riunione. Vuole vederci chiaro sull’attentato preparato nei suoi confronti. Il boss si convince che tra i principali responsabili dell’azione ci sia Francesco Madonia, a capo di una cosca della provincia di Caltanisetta. Ne parla con Salvatore Greco detto Cicchiteddu che, però, gli consiglia di far calmare le acque e di andarsene con lui in Venezuela per un po’ di tempo. E’ quello che farà lo stesso Greco che, però, muore a Caracas per cause naturali nel marzo del 1978. Pochi giorni dopo la morte di Greco, Giuseppe Di Cristina, con l’aiuto di Salvatore Pillera ottiene la sua vendetta e uccide, secondo quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia Antonino Calderone, Francesco Madonia.

Le confidenze al comandante Pettinato

La morte di Madonia, però, ritenuto molto vicino ai corleonesi, non serve a placare l’ira di Di Cristina che, probabilmente, si rende conto di essere ancora in pericolo, anche in considerazione del fatto che gli altri membri della Commissione non sembrano essere così preoccupati dall’avanzata della cosca di Corleone. Decide, così, di affidare le sue confidenze ad Alfio Pettinato, comandante della compagnia di Gela. I due si incontrano e Di Cristina comincia a parlare. Dice che ad uccidere il colonnello Russo sono stati i corleonesi, in particolare Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Parla anche del delitto Scaglione e anche in questo caso dice che la colpa è dei corleonesi, in particolare di Luciano Liggio. Le confidenze che fa Di Cristina al comandante, però, riguardano anche eventi che non ancora sono accaduti ma che, a detta del boss, sono ormai imminenti. Il boss confida che i corleonesi hanno messo nel mirino un altro uomo dello Stato: Cesare Terranova. Il comandante vuole sapere come fare per trovare Riina e Provenzano. Di Cristina dice che bisogna seguire alcuni suoi uomini di fiducia, come Bernardo Brusca.

La morte

Per Giuseppe Di Cristina, però, ormai c’è poco da fare. L’omicidio Madonia non è stato visto di buon occhio nemmeno dagli altri boss mafiosi considerati suoi amici. Il 30 maggio del 1978 Di Cristina viene ucciso a Palermo dai corleonesi. Sembra ormai tutto pronto per un altro conflitto mafioso che insanguinerà la Sicilia, la seconda guerra di mafia.

 

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