Giuseppe Fava: un giornalista senza peli sulla lingua

Giuseppe Fava fa parte del lungo elenco dei giornalisti italiani caduti vittime della mafia. E’ fondamentale conoscere la storia di quest’uomo che ha combattuto la mafia con la forza delle parole. Un personaggio che amava la sua terra ma che si è scontrato con la solitudine, il male più difficile da curare per chi, in quegli anni, tentava di fronteggiare Cosa Nostra.

Giuseppe Fava: la biografia e gli esordi

Giuseppe Fava nasce nel 1925 a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, da due insegnanti di scuola elementare. Nel corso della sua carriera, Fava non ha ricoperto soltanto il ruolo di giornalista, ma anche quello di scrittore, drammaturgo, sceneggiatura e saggista.

E’ il 1943 quando Pippo Fava si trasferisce a Catania, città che segnerà per sempre la sua vita. Fava si iscrive all’Università e si laurea presso la Facoltà di Giurisprudenza.

Pippo Fava giornalista dal 1952

La carriera del Pippo Fava giornalista comincia nel 1952, quando ottiene l’iscrizione all’Albo dei Giornalisti Professionisti. Prendono il via, di conseguenza, le prime collaborazioni giornalistiche, con quotidiani come Tuttosport, La Domenica del Corriere ed altri giornali.

La collaborazione con l’Espresso Sera

Nel 1956 ottiene un importante incarico presso l’Espresso Sera, giornale con cui collaborerà fino al 1980 come caporedattore. In questo periodo Pippo non si occupa di un argomento in particolare. I suoi articoli spaziano dal cinema al calcio, senza tralasciare la mafia. Intervista, infatti, diversi boss mafiosi del tempo, come Calogero Vizzini e Genco Russo.

La sua grande passione: il teatro

Tra la seconda metà degli anni sessanta e gli anni settanta Giuseppe Fava si apre al mondo del teatro. Grazie alla sua opera Cronaca di un uomo il giornalista si aggiudica il Premio Vallecorsi. Nel 1970 esce la sua opera La violenza che gli consente di portare a casa il premio Idi.

Anche cinema e radio nella carriera di Giuseppe Fava

Non solo Teatro. Le abilità di Fava non passano inosservate e anche il cinema si accorge di lui. Il suo primo dramma diventa, infatti, un film, intitolato La violenza: quinto potere, con la regia di Florestano Vancini. Negli anni successivi conduce una trasmissione radiofonica e scrive la sceneggiatura di Palermo or Wolfsburg.

L’esperienza al Giornale del Sud

La sua carriera giornalistica subisce una importante accelerata nel 1980. Giuseppe Fava diventa direttore del Giornale del Sud. Sono anni in cui il potere mafioso cresce incredibilmente anche nel capoluogo etneo. Comincia a crescere il numero dei delitti. Fava denuncia quanto accade in città. Catania non è un’isola felice e la mafia è una presenza stabile e pericolosa in città ed in provincia.

La scalata di Santapaola

A Catania le attività mafiose si caratterizzano soprattutto per il traffico di droga. Il clan Santapaola, capeggiato dal boss Nitto, forte dell’appoggio di Totò Riina, intraprende la scalata ai vertici di Cosa Nostra.

L’arresto di Ferlito ed i primi contrasti con gli editori

Il Giornale del Sud, in un primo momento, si caratterizza soprattutto per la presenza di tanti giovani giornalisti, tra cui Claudio Fava, figlio di Giuseppe. Il clan che si oppone ai Santapaola è quello dei Ferlito. Quando viene arrestato il boss Alfio, Fava decide di dedicare uno spazio importante alla notizia.

Il problema è che il Giornale del Sud comincia ad essere controllato da diversi imprenditori, la maggior parte dei quali poco felici del modo in cui Fava compie il suo lavoro. I giornalisti del Giornale del Sud non sanno, però, che alcuni imprenditori del quotidiano conoscono Alfio Ferlito. L’importanza della notizia viene ridimensionata e iniziano i primi contrasti tra Fava e gli editori.

Il licenziamento

Giuseppe Fava, dopo pochi mesi, viene licenziato. I giornalisti occupano la redazione, con l’obiettivo di rivendicare i loro diritti. C’è, però, poco da fare. I cronisti non vengono reintegrati. Poco tempo dopo, Il Giornale del Sud interrompe per sempre l’attività editoriale.

La svolta: nasce la rivista I Siciliani

Fava sa che solo acquistando una testata tutta sua può raccontare la verità, senza alcun freno. Insieme ai suoi collaboratori crea una cooperativa, la Radar, così da poter finanziare il nuovo giornale. Nel novembre del 1982 esce il primo numero della nuova rivista, intitolata I Siciliani.

Mafia ed imprenditoria a Catania

La rivista si occupava di diverse tematiche: il rapporto tra imprenditoria e mafia, i retroscena sulla realizzazione della base missilistica di Comiso e molto altro ancora. La rivista si spinge in fondo senza remore. Suscita scalpore, in particolare, un articolo, intitolato “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa“. Fava fa i nomi di quattro imprenditori che farebbero affari con la mafia e col boss Nitto Santapaola.

Attacchi e tentativi di delegittimazione

La rivista vende ma le autorità insorgono. Sono in pochi ad acquistare spazi pubblicitari sul giornale. Del resto, chi lo avesse fatto avrebbe indirettamente confermato di essere a favore delle lotte di Giuseppe Fava e, quindi, contrario al potere mafioso a Catania ed in Sicilia.

Pippo Fava ha, dunque, pochissimi amici e moltissimi nemici. Il giornalista riceve attacchi da più parti, tra cui diversi tentativi di delegittimazione. Il giornalista sa di essere finito nel mirino della mafia e non solo. Si accorge, dunque, di essere in pericolo, a tal punto che acquista una pistola. Pippo teme non tanto per la sua vita, quanto piuttosto per quella di suo figlio.

L’omicidio di Pippo Fava

La sera del 5 gennaio 1984 Pippo Fava si sta dirigendo con la sua presso il Teatro Stabile per andare a prendere la sua nipotina. L’uomo si trova all’interno della sua Renault 5 ma non ha nemmeno il tempo di scendere dall’autovettura. Arrivano, infatti, i killer che lo uccidono, con cinque colpi di pistola alla nuca.

Le lunghe indagini e le condanne

Ci vorrà diverso tempo per arrivare alla verità sulla morte di Giuseppe Fava. Le indagini procedono a rilento e, in un primo momento, l’ipotesi del delitto mafioso non viene nemmeno presa in considerazione. Il sindaco di Catania, il giorno del funerale di Fava, dichiara che la mafia non è a Catania, ma a Palermo.

Si indaga sui conti economici di Fava. Solo grazie al pentito Maurizio Avola il processo ottiene nuova linfa. L’uomo si autoaccusa dell’esecuzione materiale del delitto Fava. Nel processo di primo grado viene condannato Nitto Santapaola come mandante. Condannato anche Aldo Ercolano, il quale avrebbe ammazzato il giornalista insieme al reo confesso Avola. Solo nel 2003 si conclude in via definitiva il processo, con le condanne all’ergastolo confermate per Santapaola ed Ercolano e con una condanna a sette anni per Maurizio Avola.

Gaetano Graci e Carmelo Costanzo

Viene, inoltre, avviato un procedimento nei confronti di Gaetano Graci. La morte dell’imputato, però, non consente di portare avanti le indagini e l’eventuale processo. Discorso simile per quanto concerne Carmelo Costanzo. Solo dopo la morte di quest’ultimo emergono le sue presunte responsabilità sulla morte di Fava

Pippo Fava: frasi che lo hanno reso celebre

Se si pensa a Pippo Fava frasi che lo hanno reso celebre sono diverse. Ricordiamo, in particolare, quelle pronunciate nel corso di un’intervista cui il giornalista si sottopose sette giorni prima del suo omicidio. In quell’occasione, Fava, intervistato da Enzo Biagi, lanciò pesanti accuse nei confronti delle istituzioni e della classe dirigente italiana: “Non è vero che i siciliani sono mafiosi. I mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono ministri. I mafiosi sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione“.

Sempre nel corso di questa intervista, Giuseppe Fava pronuncia altre frasi importanti: “Ho visto molto funerali di Stato. Molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità“.

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