Giuseppe Russo: il colonnello odiato dai corleonesi

Giuseppe Russo: il colonnello che dava la caccia ai corleonesi. Ucciso insieme al professore Gaetano Costa

La storia del colonnello Giuseppe Russo è un’altra di quelle testimonianze che non dovremmo mai dimenticare e che dovrebbero essere considerato come esempio di ciò che un vero uomo di Stato fa per il bene del suo paese e della sua gente. Il colonnello Russo, infatti, è stato tra i primi a comprendere quanto stessero diventando pericolosi i corleonesi e, invano, tentò di fermarli. Per Salvatore Riina e Bernardo Provenzano divenne un nemico da abbattere il prima possibile. Anche Giuseppe Russo, purtroppo, fa parte del lunghissimo elenco di uomini dello Stato uccisi dalla mafia.

La carriera

Giuseppe Russo nasce nel 1928 in Calabria. Nel corso della sua adolescenza cambia spesso città per via del fatto che suo padre di mestiere fa il ferroviere. Entra nell’Arma a 28 anni, nel 1956. Durante la Seconda Guerra Mondiale aveva fatto parte dei partigiani. La prima città nella quale è tenuto a prestare servizio è Alcamo. Lavorerà, poi, sempre nel trapanese, a Castelvetrano. Per quattro anni coordina le squadriglie dei carabinieri facenti parte della Legione di Palermo. Dopo un biennio trascorso in Piemonte, Russo torna in Sicilia, in particolare nel quartiere Partanna-Mondello di Palermo.

Le prime indagini sulla mafia

Giuseppe Russo è molto stimato dai suoi colleghi. Lascia, poco prima di essere ucciso, il comando del nucleo investigativo di Palermo. Si mette in aspettativa per malattia ma, a quanto pare, continua ad indagare sulla mafia, anche se in veste non ufficiale. Nel corso dei suoi anni a Palermo, il colonnello era riuscito ad entrare in contatto con informatori e confidenti di un certo peso. Era, perciò, capace di cogliere ogni segnale proveniente dalle faide mafiose e gli scenari futuri in seno a Cosa Nostra. Russo è  molto stimato anche da Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il generale, infatti, a quei tempi era il responsabile dei servizi straordinari di sicurezza per le carceri.

Il colonnello Giuseppe Russo difficilmente torna indietro nel momento in cui segue una pista. Egli coglie i cambiamenti soprattutto di tipo economico-imprenditoriali che vede coinvolta Cosa Nostra. In particolare, Russo indaga sui rapporti tra i boss e alcuni studi legali di Palermo. I suoi rapporti sfociano nel famoso processo ai 114 di Catanzaro.

Il sequestro Corleo

Nei primi anni Settanta i corleonesi, estromessi dal traffico di droga, per fare soldi si dedicano ai sequestri di persona. Indaga sul ruolo enigmatico che svolge il prete don Agostino Coppola nel sequestro dei figlio di Arturo Cassina. Altri noti rapimenti di quegli anni furono quelli ai danni del figlio del costruttore Vassallo e del figlio dell’industriale Caruso. Il sequestro che fa più rumore avviene, però, nel 1975 quando viene rapito Luigi Corleo. E’ un uomo molto ricco, di mestiere fa l’avvocato ma è conosciuto soprattutto per essere l’esattore di un comune del trapanese. La figlia di Corleo si era sposata con un altro famosissimo esattore: Nino Salvo. Quest’ultimo, insieme al cugino Ignazio, riscuoteva le tasse pagate dai siciliani.

E’ grazie a quest’indagine che Russo comincia a conoscere ancora più da vicino Cosa Nostra. Nino Salvo è ritenuto non solo un potente uomo d’affari ma anche un personaggio molto vicino a mafiosi di primo rango, come Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Il sequestro Corleo è un chiaro messaggio che i corleonesi lanciano alle cosche di Palermo. Con quel rapimento Liggio, Riina e company vogliono dimostrare di non essere un clan di secondo livello ma di meritare lo stesso rispetto e la stessa considerazione dei clan storici di Palermo. Proprio in questo periodo i corleonesi cominciano a pensare agli affari. Esclusi dal business della droga, danno il via ai sequestri per poi entrare negli affari relativi agli appalti pubblici.

L’evoluzione “imprenditoriale” dei corleonesi

Quello non è un periodo come tanti dal punto di vista degli affari. Nel 1968 un violento terremoto aveva distrutto il Belice ed erano in arrivo miliardi di lire per la ricostruzione di una vasta zona della Sicilia sud-occidentale. Sono in arrivo fondi importanti per la realizzazione della strada che collega Palermo e Sciacca. Il grande affare cui puntano i corleonesi, però, è quello della diga Garcia. La mafia vuole accaparrarsi i subappalti e favorire l’assegnazione dei lavori a ditte ad essa riconducibili.

Il colonnello Giuseppe Russo non può fare a meno di notare che in quel periodo vengono messe su diverse nuove società che hanno sempre lo stesso rappresentante legale, ovvero Giuseppe Mandalari. Russo fa queste rivelazione dinnanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia. Quando chiede  l’aspettativa probabilmente lo fa perché deluso per il mancato affidamento del comando dei carabinieri di Palermo. Con le sue indagini, però, si è avvicinato troppo ai corleonesi, in particolare a Totò Riina e Bernardo Provenzano, gli uomini di spicco della cosca dopo l’arresto di Liggio.

L’omicidio del colonnello Russo e del prof. Costa

La sera del 20 agosto del 1977 Giuseppe Russo si trova a Corleone. E’ in vacanza nei pressi della Rocca Busambra. Si trova in compagnia di Filippo Costa, un insegnante che lo aveva aiutato a trovare l’alloggio per la vacanza e che era molto amico di Nino Salvo. Alcuni sicari stavano già perlustrando la piazza da qualche minuto e attendevano il momento giusto per ferire a morte il colonnello. Non appena Russo si appresta ad accendere una sigaretta i sicari lo uccidono, senza dargli nemmeno il tempo di reagire. La ferocia dei killers si abbatte anche sul professore Costa. Quest’ultimo aveva alcuni parenti vicini alla mafia e, dunque, è un testimone troppo scomodo per poter essere lasciato in vita.

Le indagini e le condanne definitive

Quando partono le indagini sull’omicidio vengono battute diverse piste. Si vocifera che il colonnello stesse seguendo le indagini sui delitti Scaglione e De Mauro ma c’è anche chi sostiene che la morte di Russo sia stata decretata dai corleonesi perché infastiditi dalle indagini che il colonnello stava effettuando sugli affari che maggiormente interessavano la cosca di Corleone. Su quest’ultima ipotesi insisterà molto anche il maggiore Subranni.

Le indagini sembrano giungere ad un punto di svolta quando viene arrestato Casimiro Russo. Il pecoraio cinquantunenne viene accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio. Insieme a lui verranno poi condannati anche altri due pastori. Tutto, però, viene stravolto dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Palermo che assolve i tre. Per quell’omicidio vengono condannati all’ergastolo, in qualità di mandanti, Riina e Provenzano mentre gli esecutori materiali del delitto, ovvero gli uomini facenti parte del commando, sono Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Pino Greco e Vincenzo Puccio.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *