Leonardo Vitale: il primo vero pentito di mafia

Leonardo Vitale: il primo pentito di mafia. Non fu creduto e protetto dallo Stato, Cosa Nostra lo uccise

Leonardo Vitale è il primo pentito di mafia. La sua, però, è una storia particolare perché segna la sconfitta di uno Stato che non ha creduto al primo uomo che aveva riuscito a rompere l’omertà all’interno di Cosa Nostra. Se lo Stato avesse colto l’importanza e l’attendibilità delle dichiarazioni di Vitale forse qualcosa sarebbe potuto cambiare e tante morti si sarebbero potute evitare, anche la sua.

L’adolescenza, l’affiliazione ed il primo omicidio

Leonardo Vitale nasce nel 1941 a Palermo. Appartiene ad una famiglia mafiosa e, come spesso accade in questi casi, sin dai primi anni della sua vita gli vengono inculcati i “valori” principali di Cosa Nostra. La sua vita, però, subisce una prima svolta a soli tredici anni, quando il padre muore e viene preso in consegna da suo zio, anch’egli appartenente alla mafia. Viene presto affiliato a Cosa Nostra e inizia a farsi strada compiendo delitti ed altri gravi reati. Ovviamente, non tutto è così facile. Leonardo è chiamato a dimostrare a suo zio di avere coraggio e, dunque, si sottopone a diverse prove. Si parte con reati e omicidi apparentemente più semplici. Uccide alcuni animali ma la prova del nove arriva nel 1958. A soli 17 anni Leonardo Vitale commette il suo primo omicidio. La cosca mafiosa alla quale viene iniziato è quella di Altarello di Baida, diretta dallo zio Titta.

1972: l’arresto e l’inizio del calvario

Gli vengono commissionati sequestri non solo dallo zio ma anche da un altro mafioso di alto rango, Pippo Calò. Nel 1972, però, è costretto ad affrontare una prova dura: il carcere. Leonardo Vitale viene arrestato a causa del sequestro dell’imprenditore Cassina e sin dai primi giorni della detenzione comincia a mostrare una certa sofferenza. Viene, infatti, tenuto in isolamento. La magistratura, però, non trova particolari indizi a suo carico e, così, dopo circa cinquanta giorni gli viene restituita la libertà. I primi disturbi di tipo psicotico cominciano proprio dopo l’uscita dal carcere. Per circa un mese non parla con nessuno. Il suo atteggiamento comincia a preoccupare sia i familiare che i mafiosi. Vitale viene visitato da un neuropsichiatra che gli riscontra una sindrome paranoide depressiva. Il professor Bonavita consiglia il ricovero.

I ricoveri e l’elettroshock

Sul finire del 1972 Vitale viene inviato in una clinica privata dove resterà per circa trenta giorni. Viene curato con diversi psicofarmaci ma non solo. Per otto giorni viene sottoposto all’elettroshock. Nel referto si parla di una depressione derivante da manie di persecuzione. All’uscita dalla clinica viene condotto al soggiorno obbligato presso l’isola dell’Asinara. Il soggiorno, però, dura davvero poco perché nel mese di dicembre del 1972 Leonardo Vitale finisce nuovamente in clinica psichiatrica, stavolta in Sardegna, precisamente a Sassari. Le sue condizioni psichiche si aggravano, a tal punto che i medici gli diagnosticano uno stato associativo. Vitale è sempre nervoso, urla ed è spesso aggressivo con tutti. Arriva addirittura a ricoprire il suo corpo di feci. Dopo alcuni giorni viene dimesso e fa ritorno a casa.

Il pentimento

I sensi di colpa sono il vero punto debole di Vitale. Prova dispiacere per il fatto che la madre abbia dovuto seguirlo in quei mesi di calvario, in giro per le varie cliniche. Il 29 marzo del 1973 la vita di Leonardo Vitale cambia per sempre. L’uomo si reca in Questura e chiede di parlare con il commissario Bruno Contrada. Comincia a raccontare tutto ciò che sa su Cosa Nostra. Rivela la struttura dell’organizzazione, le regole e parla anche dei capi. Ovviamente, si assume la responsabilità di diversi delitti da egli stesso commessi. Da questo momento in poi la sua vita cambia per sempre anche se la sua esistenza diventerà sempre più tormentata. Nell’immediato, le sue dichiarazioni portano all’arresto di circa quaranta esponenti della cosca alla quale egli si era affiliato, quella di Altarello di Baida.

Nuove diagnosi e perizie sulla presunta pazzia

Nell’aprile del 1973 il procuratore della Repubblica Vincenzo Terranova lo ascolta. L’avvocato di Vitale spinge affinché il suo assistito venga giudicato incapace di sottoporsi ad un processo a causa della sua infermità mentale. Il magistrato, però, ritiene Vitale attendibile. Pochi giorni dopo, viene ucciso un cugino di Vitale. Leonardo si era confidato con lui poco prima di recarsi in Questura. E’ certamente un segnale preoccupante per la famiglia di Vitale. Le sue condizioni sembrano peggiorare giorno dopo giorno e tutto ciò influisce negativamente sulla veridicità e attendibilità delle sue dichiarazioni. Viene, infatti, sentito nuovamente in quel periodo ma sembra molto più confuso rispetto al mese precedente. Di conseguenza, la metà delle persone che egli aveva fatto arrestare con le sue dichiarazioni viene scarcerata.

Viene nominato un collegio di periti, composto da Aldo Costa, Vittorio Terrana e Agostino Rubino. Viene sottoposto a diversi test di tipo psicologico. Il risultato finale, comunque, è una diagnosi di sindrome schizoide. Vitale finisce in depressione e tenta addirittura il suicidio. Nel luglio del 1973 gli viene riconosciuta la semi-infermità mentale ma le sue dichiarazioni vengono, comunque, giudicate attendibili. I periti non nascondono che in quei giorni Vitale possa aver ricevuto delle pressioni, sia nel carcere ma anche da persone esterne.

Nell’ottobre del 1973 Leonardo Vitale viene trasferito in un manicomio criminale. La struttura che lo ospita è quella di Barcellona Pozzo di Gotto. Nel 1974 passa prima all’Ucciardone e poi viene nuovamente ricoverato in una struttura privata. E’ convinto che verrà ucciso e che la stessa sorte toccherà anche ai suoi familiari. Sembra essere forte il rischio di suicidio e, così, Vitale viene dimesso.

Il fallimento del processo, la conversione spirituale e la morte

Un altro anno importante nella vita del pentito è il 1977. A Palermo, tra maggio e luglio, si svolge il processo nato proprio in seguito alle sue dichiarazioni. L’ex boss non sempre si mostra lucido negli atteggiamenti e nelle dichiarazioni. Sta di fatto che la pena maggiore viene inflitta proprio a lui. Viene, infatti, condannato dalla Corte d’Assise a 24 anni di carcere. 23 anni di reclusione, invece, per lo zio Titta, alias Giovanbattista Vitale, colui che lo aveva iniziato al mondo criminale. In nove vengono assolti mentre gli altri chiedono di essere giudicati in appello.

Il processo d’appello parte nel maggio del 1979.  Scadono i termini di detenzione e a Vitale viene concesso il soggiorno obbligato. In circostanze misteriose scompare suo zio, il suo corpo non viene ritrovato. Il processo va avanti a colpi di udienze prostranti e sfiancanti. La Corte chiede che venga effettuata una nuova perizia psichiatrica. Non c’è congruenza tra la perizia d’ufficio risalente al 1973 e quella di parte. Quest’ultima, redatta dal professore Ingrassia, insiste sull’inattendibilità di Vitale. La Corte d’Appello nomina un nuovo collegio peritale mentre tra i periti di parte figura anche il professore Semerari. Vitale rimane in carcere fino al 1984 e intraprende una forte conversione spirituale. Quando esce dal carcere psichiatrico di Reggio Emilia torna a casa dalla madre, probabilmente consapevole che non gli rimane molto da vivere. La mafia non dimentica e conferma l’attendibilità delle sue dichiarazioni quando, la mattina del due dicembre, viene ferito a morte da cinque colpi di arma da fuoco, dopo essere tornato dalla messa con sua madre e sua sorella.

Il ricordo di Falcone, il libro ed il film

La storia di Leonardo Vitale, il primo grande pentito di Cosa Nostra che aveva parlato anche di boss del calibro di Totò Riina e di esponenti politici di spicco come Vito Ciancimino, viene citata dal giudice Giovanni Falcone nel corso del Maxiprocesso a Cosa Nostra. La vicenda di Vitale è stata ricostruita nel libro “L’uomo di vetro” dal quale è stato tratto l’omonimo film, uscito nel 2007.  Le dichiarazioni di Vitale furono, comunque, confermate dal superpentito Tommaso Buscetta e dai tanti delitti che avverranno negli anni ’80 e che lui stesso aveva preannunciato.

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