Luciano Liggio: da Corleone a Palermo, fino a Milano

Luciano Liggio: dall’omicidio di Navarra alla lunga catena di omicidi, la storia della cosiddetta primula rossa

Luciano Liggio è considerato il successore di don Michele Navarra nella cosca dei corleonesi. In tanti eccellenti delitti a stampo mafioso del secondo dopoguerra ci sarà la sua mano. Il vero cognome di don Luciano era Leggio ma a causa di un errore di trascrizione da parte di un brigadiere è ormai a tutti noto come Liggio. Le sue origini sono umili. Nasce nel 1925 da una famiglia di contadini poveri. I suoi genitori lo mandarono in seminario sperando che potesse diventare prete ma il piccolo Luciano non aveva molta voglia di studiare. Il suo è un carattere tutt’altro che piacevole, a tal punto che la gente del paese lo chiama “Cocciu di tacca“. Un altro soprannome che gli viene affibbiato è lo “Sciancato“. In realtà, Luciano Liggio aveva contratto il morbo di Pott. Questa malattia era la causa dei suoi dolori alla schiena e di altri problemi che lo accompagneranno per il resto della sua vita.

Il primo omicidio

Accumula nel corso della guerra molti ricchezze, grazie soprattutto al mercato nero. A diciannove anni, si fa beccare mentre ruba dei covoni di grano ed è per questo motivo che viene arrestato. Accade, però, un episodio che gli procura una grossa rabbia. Nel momento dell’arresto, infatti, un poliziotto gli rifila dei calci nel sedere. Trascorre i pochi mesi in carcere con l’unico obiettivo di ribellarsi all’affronto subito. Dopo circa tre mesi di carcere torna a casa e chiede l’aiuto di un tal Giovanni Pasqua il quale abita non distante da una di quelle guardie. La vendetta viene servita l’anno seguente, quando Luciano Liggio e Giovanni Pasqua raggiungono Calogero Comaianni nei pressi della sua abitazione e lo uccidono. La moglie della guardia, la signora Maddalena, dichiara apertamente in tribunale di aver riconosciuto i due assassini del marito ma non viene ritenuta attendibile.

E’ presumibilmente in questo periodo che Luciano Liggio viene avvicinato da Michele Navarra e convinto ad entrare nella mafia. Cinque anni dopo il delitto Comaianni, il suo complice Giovanni Pasqua viene arrestato. Egli ammette di aver compiuto il delitto insieme a Liggio ma in tribunale ritratta tutto. Sia per Pasqua che per “Leggio” arriva l’assoluzione per insufficienza di prove. Luciano diventa un uomo rispettato da tutti ed è deciso a trovarsi un nuovo lavoro. Uccide un campiere e si fa assumere dal proprietario di quella terra, sotto il placet di Navarra. Del resto, la mafia si era da sempre accollata il compito di difendere, con i suoi metodi, i proprietari terrieri dalle rivendicazioni dei contadini.

Il delitto Rizzotto

Ben presto, don Michele e Luciano Liggio sono costretti a fare i conti con il coraggio e l’impegno sociale del sindacalista Placido Rizzotto. Nei pressi del giardino comunale di Corleone Liggio e Rizzotto vengono addirittura alle mani. E’ l’omicida di Comaianni ad avere la peggio. Un altro grave affronto per il giovane Luciano ma Placido Rizzotto è un pericolo anche per il suo superiore e così Navarra ordina a Liggio di eliminare il sindacalista. Non vengono raccolti indizi sufficienti a carico di Luciano per il quale la polizia chiede che venga spedito al confino. Liggio, però, decide di non presentarsi in tribunale e da quel momento in poi diventa latitante. La testimonianza dal carcere ancora una volta di Giovanni Pasqua mette nei guai Liggio ed altri due uomini di Navarra, ovvero Criscione e Collura. Quest’ultimi vengono arrestati ma il giovane capitano Dalla Chiesa non riesce a beccare Luciano Liggio. Il copione si ripete di nuovo. Collura e Criscione prima ammettono di aver compiuto il delitto insieme a Liggio, poi ritrattano e tutti vengono assolti per insufficienza di prove.

I conflitti con Navarra e e l’eliminazione del medico

Gli anni cinquanta segnano una svolta nel clan dei corleonesi. Luciano Liggio, col furto e la macellazione del bestiame ed altre attività imprenditoriali, diventa sempre più ricco ed ambizioso. Luciano mette su un’azienda di autotrasporti e cerca di imporre l’utilizzo dei suoi autocarri nell’affare della costruzione di una diga a Corleone. Navarra, ugualmente interessato all’affare, fa diffondere voci secondo cui la costruzione di una diga sarebbe stata pericolosa. Liggio non si ferma e cerca di mettere pressione al luogotenente di Navarra, il signor Angelo Vintaloro, per convincerlo a vendere le terre e andare via. Don Luciano compie un altro atto vandalico quando entra nella cantina di Vintaloro e fa precipitare le botti al cui interno era contenuto del vino. I sospetti ricadono subito su Liggio ma Vintaloro, forte dell’appoggio di Navarra, non cede e non si dimostra disposto a vendere l’azienda. Michele Navarra prepara un attentato nei confronti di Liggio ma la spedizione punitiva fallisce. Liggio viene solo ferito ad una mano ma riesce a cavarsela. Navarra si convince che il fallito attentato possa bastare per tenere a freno quello che una volta era l’uomo di cui si fidava di più. Il 2 agosto 1958 un commando composto da Luciano Liggio e da altri killer uccide Michele Navarra e un suo collega.

Liggio Luciano capo dei capi a Corleone

Luciano Liggio sceglie come suoi soldati due giovani di Corleone, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Per i tre è arrivato il momento di chiudere i conti con i compari di Michele Navarra e nel settembre del 1958 tendono un’imboscata che causa diverse vittime. E’ solo l’inizio di una lunga mattanza che si protrarrà per diversi anni e finirà per insanguinare le strade di Corleone. Del resto, Navarra contava su tante amicizie e per Luciano Liggio era necessario eliminare tutti gli uomini del medico per poter prendere definitivamente il potere. L’attenzione mediatica nei confronti di Liggio cresce quando il quotidiano palermitano “L’Ora” pubblica una foto di don Luciano con, in sovrimpressione, la scritta a caratteri cubitali “Pericoloso“. La reazione di Liggio arriva subito. Il boss fa esplodere una bomba nei pressi della redazione del quotidiano. La mattanza con i “navarriani” finisce nel 1963, quando Liggio e company uccidono Francesco Paolo Streva, altro importante luogotenente di don Michele. Luciano Liggio è il capo incontrastato della cosca dei corleonesi ma le sue ambizioni non si fermano certo qui. Il boss intraprende una nuova importante iniziativa: vuole conquistare Palermo.

Alla conquista di Palermo

Liggio lascia Corleone e parte alla volta del capoluogo. Sono gli anni del sacco di Palermo. I boss palermitani sembrano mostrare scarsa considerazione per quegli uomini della provincia ritenuti rozzi, al punto da chiamarli “viddani“. Luciano Liggio comincia ad occuparsi di altre attività imprenditoriali e il suo patrimonio cresce sempre più. “Lucianeddu” si allea con i Greco di Ciaculli. Parte la prima guerra di mafia ma i corleonesi non intervengono e seguono gli eventi in disparte. La strage di Ciaculli chiude momentaneamente il conflitto e costringe lo Stato ad intervenire. Anche la latitanza di Liggio è in pericolo. Nel 1963 il boss è ricoverato per quattro mesi in un’ospedale per curare la sua malattia ma quando arrivano i carabinieri è ormai troppo tardi.

L’arresto ad opera di Angelo Mangano e la scarcerazione

A Corleone arriva un coraggioso commissario, Angelo Mangano. Lavora a stretto contatto con i carabinieri, promettendosi di arrestare la primula rossa Luciano Liggio. Quest’ultimo, poche settimane dopo l’arrivo di Mangano, lascia Palermo e torna nella sua Corleone. Si nasconde nell’abitazione di Leoluchina Sorisi, la donna che era considerata da tutti l’ex fidanzata di Placido Rizzotto. Un informatore della polizia rivela il luogo in cui si trova il boss e, così, nel maggio del 1964 Luciano Liggio viene arrestato. In tribunale, don Luciano deve vedersela con il temuto giudice Cesare Terranova. Nel 1969 per Liggio, così come per Provenzano, Riina ed altri mafiosi, giunge il rinvio a giudizio. Le condizioni di salute di Luciano Liggio si aggravano ma il boss, accusato di una decina di omicidi, è sempre presente in tribunale. Due persone avrebbero dovuto testimoniare contro di lui ma per paura preferiscono rimanere in silenzio. Il pm chiede l’ergastolo per Liggio ma nel giorno della sentenza arriva l’assoluzione sia per lui che per gli altri 63 imputati. Le prove raccolte non sono sufficienti, recita la corte. Luciano Liggio viene assolto e lascia il carcere.

L’amicizia con Badalamenti ed i fratelli Calderone

Nell’immediato, il boss si fa ricoverare in una clinica romana per farsi curare ma continua a dirigere con tutta tranquillità i suoi affari. Entra in contatto con alcuni boss della camorra nel business delle sigarette di contrabbando e conosce anche alcuni boss della ‘Ndrangheta. Sempre nel 1969 i corleonesi hanno una grande opportunità per mostrare quanto valgono ai diffidenti boss palermitani. Vengono scelti, insieme ad altri mafiosi, per partecipare all’eliminazione di Michele Cavataio. Liggio affida l’incarico a Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella. L’operazione va sì a buon fine ma costa la vita al cognato di Riina, ovvero Calogero Bagarella, fratello di Leoluca. I corleonesi riuscirono ad entrare nelle grazie del boss Gaetano Badalamenti e diventarono buoni amici anche del boss di Villagrazie Stefano Bontate. Dopo la strage di viale Lazio, per qualche tempo Luciano Liggio si nasconde presso le tenute di Badalamenti, prima a Palermo, poi a Catania. Nella città dell’Etna viene accolto a braccia aperte dai fratelli Antonino e Pippo Calderone.

Il triumvirato e i primi contrasti con Bontate e Badalamenti

Un altro progetto di morte cova nella testa di Liggio. Il boss vuole uccidere Angelo Mangano, il commissario di Corleone che lo aveva arrestato alcuni anni prima. L’impresa si rivela, però, molto difficile. Nel 1970 i mafiosi siciliani, tra cui anche Luciano Liggio, devono discutere dell’ambizioso progetto di Junio Valerio Borghese il quale chiede l’aiuto a Cosa Nostra per attuare un colpo di Stato. Liggio dà il suo appoggio all’operazione, gli altri mafiosi, però, non si fidano. In ogni caso, il colpo di stato fallisce. La mafia, però, si riorganizza. Sempre nel 1970 viene istituito un triumvirato chiamato a governare Cosa Nostra. I tre esponenti del triumvirato sono Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate. Liggio, però, è latitante. Non può partecipare alle riunioni di Cosa Nostra e, per paura di rimanere fuori dalle decisioni più importanti, si fa rappresentare da Totò Riina. I corleonesi cercano di inserirsi nel traffico di droga ma Bontate risponde picche. Per fare soldi, i corleonesi cominciano a dedicarsi ai sequestri di persona. Vengono sequestrati e rilasciati, dopo il pagamento di un riscatto, i figli di due personalità importanti del mondo imprenditoriale palermitano.

L’omicidio Scaglione, la partenza per Milano e l’arresto

Nel 1971 la mafia uccide un uomo dello Stato. E’ probabile che sia stato proprio Luciano Liggio a partecipare all’agguato ai danni del procuratore di Palermo Pietro Scaglione. Liggio decide di trasferirsi a Milano, insieme alla sua nuova compagna e al figlio nato dall’unione con questa donna. Dal capoluogo lombardo continua a ordinare omicidi, come quello di Damiano Caruso il quale, a detta di Liggio, aveva ucciso un giovane a lui caro. Liggio non solo fa uccidere Caruso ma anche la sua amante e la giovane figlia della donna. Il triumvirato viene sostituito da una Commissione che include dodici boss. Luciano Liggio è sempre più avido di potere e arriva addirittura a ordinare il sequestro di Eugene Paul Getty III. E’ il nipote di uno degli uomini più ricchi del pianeta. Liggio si divide il bottino pagato dalla famiglia per il riscatto con alcune cosche della ‘Ndrangheta. La latitanza di Luciano Liggio si chiude nel 1974, quando viene arrestato a Milano. Per alcuni anni continua a gestire il potere dal carcere ma verrà pian piano sempre più accantonato e sostituito dal duo Riina-Provenzano. Muore in carcere nel 1993.

Nel link l’intervista che Luciano Liggio concesse ad Enzo Biagi nel 1989: https://www.youtube.com/watch?v=yWykjfnWNnw

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