Mafia, etimologia ed origine del termine

Mafia: l’etimologia e l’origine di un termine diffusosi in Italia già nella seconda parte dell’Ottocento

Il termine “mafia” e l’aggettivo “mafioso” che ne deriva non sempre hanno avuto lo stesso significato nel corso dei secoli. Pare, infatti, che in passato, molto prima dell’Unità d’Italia, essere mafiosi volesse dire essere sicuri di se stessi, spavaldi e coraggiosi. Per quanto concerne l’etimologia pare che l’origine della parola mafia sia araba.

La parola mafia compare per la prima volta in pubblico nel 1863, in un’opera teatrale intitolata “I mafiusi di la Vicaria“. La Vicaria è un carcere di Palermo e già allora era forte il sospetto che la prigione fosse il luogo ideale per la nascita di clan criminali e per la recluta degli affiliati.

In realtà, il termine “mafiosi” compare solo nel titolo di questa commedia ma i personaggi non pronunciano mai questa parola. Piuttosto, si parla spesso di “pizzo“, termine con cui già allora ci si riferiva alle estorsioni. Nel 1865, però, fu proprio lo Stato a parlare per la prima volta di mafia. Il prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio inviò un rapporto al ministro dell’interno sulle preoccupanti condizioni della città e della Sicilia. Nel rapporto si diceva che i rapporti tutt’altro che sereni tra le autorità ed il Paese non avevano fatto altro che favorire la “maffia”. Il termine utilizzato era proprio “maffia”, non “mafia” come si suol dire oggigiorno.

Nell’analisi del prefetto, si insisteva molto sul fatto che quest’organizzazione stesse agendo per contrastare il governo. In realtà, i mafiosi non si trovavano solo all’opposizione. Furono inviati anche 15.000 soldati per cercare di risolvere l’emergenza criminalità ma la campagna non ottenne riscontri. Sta di fatto che, grazie al prefetto Gualterio, per la prima volta si incominciò a parlare di mafia con riferimento ad organizzazioni criminali. Vi era, però, ancora chi disapprovava questo concetto, ribadendo che essere mafiosi significasse solo un modo di comportarsi tipicamente siciliano e che non avesse nulla a che vedere con la criminalità.

Lo Stato aveva già diversi elementi, a partire negli ultimi anni dell’Ottocento, per eliminare e combattere seriamente la mafia ma non volle farlo. Vi era il documento del barone Turrisi Colonna, il memorandum del dottor Galati, lo studio di Leopoldo Franchetti ed altre tracce che permettevano di studiare abbastanza a fondo il problema mafioso. Nulla, però, fu fatto. Forse, lo Stato non riteneva prioritaria questa questione. Un errore che verrà ripetuto più volte anche nel secolo successivo e che verrà spesso pagato a caro prezzo dai cittadini onesti e da chi si prodigava per estirpare questo male.

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