Mario D’Aleo: il capitano giovane. L’eredità di Basile e lo stesso tragico destino

Mario D’Aleo: il giovane capitano dei carabinieri ucciso a Palermo nel 1983. Era stato lui a prendere il posto di Basile. Nell’agguato morirono anche i suoi colleghi Giuseppe Bommarito e Pietro Morici

Mario D’Aleo è un altro carabinieri caduto vittima della furia assassina di Cosa Nostra. La mafia lo uccise nel 1983 in un agguato che costò la vita ad altri due militari, i colleghi Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. Troppo spesso la sua storia è stata dimenticata. Crediamo sia giusto rendere onore ad un uomo che, al cospetto della giovane età, era riuscito a portare avanti, con grande professionalità, il lavoro del suo predecessore, il capitano Emanuele Basile.

Le origini e l’infanzia

Mario D’Aleo, rispetto a molti dei suoi predecessori, non è siciliano di origine. Nasce a Roma nel 1954 ed è nella capitale che trascorre la sua infanzia. Suo padre è un maresciallo dell’esercito, sua madre una casalinga. Ama giocare a calcio, a tal punto che disputa un campionato nella squadra giovanile della Lazio. Agisce come difensore. Nel suo futuro, però, non c’è spazio per il calcio. Mario ha le idee molto chiare. Non a caso, dopo l’esame di maturità, entra nell’Accademia militare di Modena. In seguito, torna nella sua Roma e frequenta la Scuola degli Ufficiali dell’Arma dei Carabinieri.

Il trasferimento in Sicilia

La sua carriera prosegue senza intoppi. Nel 1980 arriva la svolta, con il trasferimento in Sicilia. In un primo momento gli viene assegnato il comando di una compagnia sita in un’area ad alta densità mafiosa: parliamo di Monreale e San Giuseppe Jato, luoghi in cui era nata l’alleanza di ferro tra Totò Riina ed il clan Brusca. Mario D’Aleo giunge in Sicilia all’indomani della morte del suo predecessore Basile.

L’eredità di Basile

Nei suoi tre anni in Sicilia, D’Aleo si batte ogni giorno affinché possa emergere la verità sul delitto del capitano Basile. Le sue indagini consentono di arrestare gli esecutori materiale dell’omicidio. I tre, Bonanno, Puccio e Giuseppe Madonia, in attesa di un nuovo processo ordinato dal cosiddetto giudice ammazzasentenze Corrado Carnevale, vengono momentaneamente lasciati liberi. Per loro sussiste solamente l’obbligo di risiedere in provincia di Oristano.

Le indagini sulla morte del suo predecessore

Il capitano D’Aleo, però, non si accontenta. Vuole che vengano identificati e condannati anche i mandanti di quel crimine avvenuto davanti agli occhi della moglie e della figlia di Basile. Inizia a fare anche indagini bancarie, con l’obiettivo di scoprire trame ed intrecci legati ad una mafia profondamente mutata rispetto agli anni precedenti. Visto quanto accaduto al suo predecessore, Mario D’Aleo è consapevole di rischiare la vita ogni giorno.

La caccia ai Brusca

Cosa Nostra non perde troppo tempo. Si rende conto che il capitano potrebbe rappresentare un serio pericolo per gli affari delle cosche. Totò Riina riunisce tutta la commissione provinciale. All’ordine del giorno c’è proprio la questione D’Aleo. Al tavolo siede il boss Totò insieme ad esponenti della famiglia Brusca, Greco, Madonia, Di Carlo e Calò. D’aleo era riuscito a mettere le mani su Giovanni Brusca, figlio del capo della cosca Bernardo. In quel momento, Brusca è un mafioso ancora giovane ma la sua carriera criminale già promette bene. In carcere non rimarrà per molto tempo. Sarà lui, diversi anni dopo, a decretare la morte, sull’autostrada Palermo-Capaci, del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie e degli uomini della sua scorta.

Gli omicidi di Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici

La sera del tredici giugno del 1983, Mario D’Aleo si trova in compagnia dei suoi colleghi Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. L’uomo si sta recando a casa della sua fidanzata. Per farlo percorre la strada che, da Palermo, conduce a Monreale. I tre si trovano nei pressi di via Cristoforo Scobar quando, all’improvviso, giungono i killer. Un commando composto da circa dieci persone apre il fuoco nei confronti dei tre carabinieri. Per D’Aleo, Bommarito e Morici non c’è scampo.

Le condanne per esecutori e mandanti

Per l’omicidio di Mario D’Aleo e dei suoi colleghi verranno condannati all’ergastolo, in qualità di mandanti, Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Giuseppe Farinella e Nenè Geraci. Gli esecutori materiali del triplice omicidio sono stati individuati in Angelo La Barbera, Salvatore Biondino e Domenico Ganci. Francesco Paolo Anzelmo avrebbe guidato l’auto mentre in zona sarebbero stati presenti, per fornire ulteriore supporto ai killer, anche Calogero Ganci, Raffaele Ganci e Giacomo Giuseppe Gambino.

 

 

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