Michele Zagaria: il re del cemento e una latitanza piena di ombre

Michele Zagaria: chi ha protetto il boss per sedici anni?

Michele Zagaria è stato uno dei boss più potenti e temuti del Clan dei Casalesi. Si parla spesso di lui come dell’ultimo padrino del clan. E’ stato, infatti, l’ultimo boss a finire nelle mani dello Stato. Un percorso che era incominciato nel 1993, con la cattura di Francesco Bidognetti, era proseguito nel 1998 con l’arresto di Francesco Schiavone detto Sandokan ed era culminato con la carcerazione di Antonio Iovine nel 2010. Le manette ai polsi per Michele Zagaria sono scattate solamente nel dicembre del 2011, dopo una latitanza durata ben sedici anni.

Michele Zagaria: prima omicida, poi imprenditore del crimine

Michele Zagaria, detto capastorta o monaco, prima di essere un grande imprenditore attivo nel settore degli appalti e del cemento, è stato anche uno spietato assassino. Secondo alcuni collaboratori di giustizia è stato lui ad uccidere nel luglio del 1988 a Gaeta Pasquale Piccolo e Raffaele Parente. La loro colpa quella di essersi recati nel Lazio a visitare alcuni parenti del boss Bardellino.

Nel 1991, nel corso di una violenta faida interna, Zagaria uccide Vincenzo De Falco. Sempre nel 1991, nel corso di un agguato, perdono la vita Pellegrino De Micco, Michele Richiello e Salvatore Richiello, quest’ultimo di soli 12 anni. Michele Zagaria, insieme ad altri due complici, viene condannato all’ergastolo anche per questo delitto. Insomma, prima di diventare un boss ragionevole, votato agli affari e alla pace piuttosto che alla guerra, Michele Zagaria ha dovuto fare una lunga trafila all’interno del clan con omicidi eccellenti che gli hanno permesso di conquistarsi la fiducia e il rispetto dei suoi concittadini e degli altri elementi del clan.

L’inizio della latitanza

Non a caso, capastorta è un uomo di cui sono in molti a parlare bene nel suo paese di origine, Casapesenna, comune non distante da San Cipriano d’Aversa e Casal di Principe. Dal 1995, in seguito alle condanne del processo Spartacus, il boss è diventato latitante. Da quel momento in poi ha incominciato ad organizzare la sua latitanza in maniera lucida e scrupolosa. L’assenza di un rapporto coniugale fisso e di figli gli hanno, forse, consentito di essere meno vulnerabile. Pur non avendo figli, però, Michele Zagaria può contare sull’aiuto di fratelli e sorelle, alcuni dei quali gli hanno fato una grossa mano anche per quanto concerne i suoi affari.

Estorsioni eccellenti

Tramite le estorsioni, Zagaria punta ad entrare in affari importanti, come la TAV per la costruzione della linea ferroviaria veloce che collega Nola a Villa Literno o come il centro commerciale Campania di Marcianise. Non solo Campania. Il boss ha grandi ambizioni e cerca di espandere la sua “impresa” anche al nord, in particolare in Emilia Romagna.

Un’organizzazione capillare

Per gli inquirenti mettere le mani su Michele Zagaria non è stato per nulla semplice. Il boss poteva contare su una rete di protezione piuttosto importante. Tutto era organizzato nei minimi dettagli. La magistratura, i carabinieri, le forze di polizia hanno dovuto imparare a ragionare come il boss, studiare le sue abitudini o quelle di chi probabilmente lo ospitava. E’ stata una caccia all’uomo logorante, con tanti tentativi andati a vuoto fino all’epilogo finale.

In tutti questi anni Zagaria solo raramente ha abbandonato il suo territorio di origine. Per un boss allontanarsi dalla sua casa può essere un segno di debolezza. La presenza nel territorio, sebbene condizionata dalla latitanza, è un chiaro segnale di potere. Eppure, sembra che in alcune fasi della sua latitanza il boss sia stato anche all’estero. Addirittura, pare si fosse fatto raggiungere in Austria dal medico nonché sindaco di Grazzanise per motivi di salute. Il pentito Antonio Iovine racconta di un incontro casuale con Michele Zagaria avvenuto in Corsica, località scelta da entrambi per trascorrere le vacanze.

L’arresto del boss

Negli anni della latitanza Zagaria è stato ospitato da diverse famiglie in bunker particolari, dotati di molti comfort e costruiti con tecniche moderne e raffinate. Il 7 dicembre del 2011, sin dalle prime ore del mattino, gli agenti mettono a soqquadro l’abitazione di Vincenzo Inquieto, uomo da sempre sospettato di favorire la latitanza del boss. Vincenzo Inquieto ha protetto per alcuni anni il boss offrendogli tutto ciò di cui aveva bisogno. Solo grazie all’ausilio di una trivella è stato possibile individuare il bunker del boss. Il rumore delle trivellazioni è forte, la corrente elettrica viene staccata. E’ il boss stesso a far sentire la sua voce e a dichiarare la resa. Prima di consegnarsi allo Stato ci tiene a precisare al dottor Maresca, il magistrato che ha coordinato le indagini sulla sua cattura, che l’immagine che le televisioni hanno disegnato del boss non corrispondono alla realtà. Qualcosa di simile aveva fatto anche Antonio Iovine al momento della sua cattura.

Il mistero del computer e della pen drive

Nel bunker di Michele Zagaria trovano la biografia di Steve Jobs, il romanzo Gomorra di Roberto Saviano e alcuni testi sulla storia della camorra. Ci sono, però, alcune stranezze che meritano di essere menzionate e sulle quali ancora oggi si sta cercando di far luce. Sembra che Michele Zagaria avesse nel suo bunker un computer portatile ed una pen drive. Il computer portatile verrà prelevato ma risulterà vuoto. La pennetta Usb addirittura sparirà. Il pm Antonello Ardituro non ha escluso una sorta di trattativa tra il boss e alcuni pezzi dello Stato. Il discorso è accertare se la pen drive sia sparita per un episodio di corruzione isolato o se rientri in una vera e propria trattativa.

Altro aspetto strano è il fatto che al boss viene consentito di trasportare dal bunker al carcere 1200 euro per poi consegnarli alla polizia penitenziaria. Si tratta di una cifra che il boss avrebbe dovuto utilizzare per le sue spese. Ciò che non convince è che nessuno abbia chiesto al boss la provenienza di quei soldi. Dopo il suo arresto, si costituisce una falsa rete di imprenditori che denunciano di essere stati, per anni, vittime di estorsioni effettuate dal clan Zagaria. Il boss stesso, però, fa sentire la sua voce per smentire l’episodio di racket nei confronti di uno di questi imprenditori. La magistratura gli darà ragione.

Le minacce al giornalista Ruotolo

L’arresto di Michele Zagaria rappresenta uno spartiacque importante dell’intera storia del clan dei Casalesi se si considera che alcuni suoi uomini di fiducia si sono pentiti e hanno cominciato a dialogare con lo Stato, cosa che prima non era mai accaduta nel senso che nessun uomo del clan Zagaria, prima della cattura del boss, aveva deciso di passare dalla parte dello Stato. Eppure, sempre dall’interno del carcere il boss si dimostra particolarmente attento a ciò che accade fuori, a tal punto da minacciare il giornalista Sandro Ruotolo, autore di diverse inchieste sulla camorre casalese, al quale è stata affidata la scorta. Sembra che il boss, beccato grazie ad un’intercettazione, abbia pronunciato, rivolgendosi al cronista, le seguenti parole: “O vogl’ squartat’ vivo”. Insomma, un segnale importante del fatto che la soglia d’attenzione dello Stato debba rimanere alta perché i boss dal carcere potrebbero ancora continuare a comandare e a dare ordini all’esterno.

 

 

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