Paolo Di Lauro: il clan di Ciruzzo ‘o milionario

Paolo Di Lauro: il boss di Secondigliano, le faide e il business della droga

Paolo Di Lauro è stato uno dei boss della camorra più potenti e pericolosi del nuovo millennio. E’ cresciuto a Secondigliano, quartiere a nord di Napoli, all’ombra di un altro boss molto temuto già a partire dalla fine degli anni Settanta.

Aniello La Monica aveva buoni rapporti con i mafiosi siciliani, in particolare con Michele Greco e Pippo Calò. Nell’ambito della camorra partenopea era apprezzato soprattutto da Michele Zaza, anch’egli considerato da sempre vicino a Cosa Nostra. Negli anni ’80, mentre a Napoli e dintorni si combatteva la guerra tra il clan della Nuova Camorra Organizzata del boss Raffaele Cutolo e i rivali del clan della Nuova Famiglia, Aniello La Monica dettava legge a Secondigliano, con gli affari legati al pizzo e al contrabbando di sigarette.

Gli uomini di fiducia di La Monica erano due: Paolo di Lauro e Giuseppe Ruocco. Quest’ultimo si faceva rispettare soprattutto con la violenza. Diverso, invece, il caso di Paolo Di Lauro, molto bravo nella gestione dei guadagni della droga e attento ad ogni aspetto economico ed organizzativo del clan. Paolo di Lauro non era un tipo che dava molta importanza all’apparire, preferiva rimanere nell’ombra e ricorrere ad omicidi solo in casi estremi, una persona più razionale ma allo stesso tempo spietata e fredda.

Il business della droga era un affare che divideva e creava tensioni tra i clan dell’Alleanza di Secondigliano e il clan di La Monica. Paolo Di Lauro si rese conto che La Monica non si comportava molto bene nella divisione dei guadagni e coinvolse anche altre famiglie per convincerle del fatto che era giunto il momento di uccidere il boss perché sarebbe stato un beneficio per tutti.

Aniello La Monica fu ucciso nel maggio del 1982 da alcuni sicari che, dopo averlo attirato con un tranello, prima lo investirono e poi lo trucidarono con diversi colpi di arma da fuoco. Paolo Di Lauro cominciò a creare, così, il suo clan che aveva un’impostazione di tipo verticistica. Lui era al capo dell’organizzazione, i suoi uomini di fiducia erano i figli Cosimo e Vincenzo e il cognato Enrico D’Avanzo. Poteva, inoltre, contare su una grande manovalanza, fatta di killers e spacciatori senza scrupoli.

Non era facile per le forze di Polizia incastrare Paolo Di Lauro, molto abile a non dare mai nell’occhio e a non ospitare in casa propria quelli che nella scala gerarchica del clan occupavano una posizione intermedia o bassa. Il potere di Paolo Di Lauro crebbe soprattutto dopo la morte nel 1994 di Gennaro Licciardi. Grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia nei primi anni del nuovo millennio la magistratura riuscì a provare l’esistenza del clan Di Lauro e il potere di Paolo Di Lauro.

Cominciò, così, nel settembre del 2002 la latitanza di Ciruzzo ‘o milionario, soprannome che gli era stato dato da Luigi Giuliano per via dell’abitudine di Paolo Di Lauro ad uscire per strada con tantissime banconote. Intanto, Secondigliano, Scampia e i comuni limitrofi dell’area nord di Napoli continuavano a fornire i tossicodipendenti della Campania e delle altre città italiane.

Ufficialmente, Paolo Di Lauro era un commerciante. Già dal 1989 aveva, infatti, creato l’impresa Confezioni Valent grazie alla quale si era aggiudicata tanti appalti in tutta Italia per l’installazione di diversi cash and curry. La Valent si occupava del commercio di mobili e del settore tessile, nonché del commercio delle carni. Avrebbe dovuto occuparsi anche della costruzione di attività alberghiere e ristoranti. La Valent fu sequestrata dal Tribunale di Napoli nel 2001. Sembra, però, che Paolo Di Lauro avesse aperto altre attività commerciali, in particolare negozi di abbigliamento, commercio di trapani e macchine fotografiche anche all’estero, specie in Francia.

L’affare più grande, però, per Paolo Di Lauro era la droga. Grazie al suo ingegno, riuscì a costruire un sistema che accontentasse tutti. Egli assegnava piazze di spaccio a diversi capizona che facevano parte del clan. Gli spacciatori erano obbligati a rifornirsi dagli uomini di Paolo Di Lauro e, anche se avessero voluto vendere in proprio, avrebbero dovuto dare una percentuale al clan Di Lauro. Un’organizzazione perfetta, che dava da mangiare a tutti e che faceva guadagnare tanti soldi a pusher, sentinelle, killers e agli altri uomini impegnati a vario titolo nel clan. Un patto che all’improvviso si ruppe.

Paolo Di Lauro ebbe da sua moglie Luisa dieci figli, tutti più o meno inseriti nel clan. Uno dei figli, Domenico, morì in seguito ad un incidente stradale in moto. Durante i giorni di ricovero di Domenico in ospedale, si recò a fare visita anche Gennaro Marino, uomo di fiducia di Paolo Di Lauro. Gennaro Marino, soprannominato McKay, secondo il parere del capo del clan Di Lauro, aveva sottratto all’organizzazione alcuni fondi senza chiedere l’autorizzazione a chi di dovere. Il boss volle dare una seconda opportunità al ragazzo ma, per capire se poteva davvero fidarsi di lui, urinò in un bicchiere e lo porse a McKay che, a quanto pare, bevve tutto.

In realtà, l’episodio convince ulteriormente Gennaro Marino a prendere una decisione che aveva avallato già da tempo: lasciare il clan Di Lauro e creare gruppo a parte, senza entrare in contrasto con l’organizzazione ma puntando semplicemente ad esserne concorrenti. Con la latitanza di Paolo Di Lauro, le redini del clan passano nelle mani del figlio Cosimo. Marino chiede un incontro a Cosimo per comunicargli questa decisione ma si tratta di una trappola. Cosimo se ne accorge e comprende che gli equilibri all’interno del clan sono mutati e che sta per cominciare una nuova faida. E’ la cosiddetta faida di Scampia, combattuta tra il clan Di Lauro e gli scissionisti.

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