Pasquale Galasso: il primo vero pentito di camorra

Pasquale Galasso è stato il primo grande pentito della camorra: a ruota lo seguirono Carmine Alfieri e Umberto Ammaturo

Pasquale Galasso rappresenta il primo vero pentito di camorra. Grazie alle sue dichiarazioni fu possibile arrestare diversi camorristi e furono accertate le connivenze del potere politico ed imprenditoriale con la criminalità organizzata, specie negli anni ’70 e negli anni ’80.

Pasquale Galasso è originario di Poggiomarino. La sua adolescenza sembra tutto tranne quella di un futuro boss della camorra. Si era, infatti, diplomato e voleva anche laurearsi in Medicina. A tal fine si era iscritto all’Università.

Quella di Pasquale Galasso era una famiglia benestante e rispettata in quel di Poggiomarino. Suo padre Sabato grazie al contrabbando e ad altri affari aveva accumulato le prime ricchezze dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il padre si occupava dell’acquisto di camion usate ed auto che poi rivendeva.

Pasquale Galasso conobbe per la prima volta il carcere nel 1975. Fu fermato da tre uomini armati mentre era in compagnia della sorella. Galasso non si perde d’animo, entrò in possesso di un arma da fuoco e uccise due dei tre uomini. Fu lui stesso, su consiglio del padre, a consegnarsi ai Carabinieri.

Alfonso Rosanova, imprenditore vicino a Cutolo e alla Nco, su richiesta di Sabato Galasso, fece in modo che all’interno del carcere di Poggioreale nessuno se la prendesse con suo figlio Pasquale. In carcere conobbe Carmine Alfieri e Raffaele Cutolo, due personaggi che, per motivi opposti, divennero molto importanti nella sua vita.

Nel 1978 Sabato Galasso scampò ad un attentato nei suoi confronti e fu quello il segnale di un momento chiave per la famiglia Galasso. Bisognava scegliere se schierarsi con la NCO o con la NF. Galasso scelse la Nuova Famiglia e pagò in un primo momento questa scelta a caro prezzo. Nel gennaio del 1982, infatti, la NCO uccise Nino Galasso, fratello di Pasquale.

Pasquale Galasso e Carmine Alfieri si trovarono a condividere un destino comune. Cutolo aveva fatto uccidere ad entrambi un loro fratello. Forse anche per questo motivo i due divennero amici e organizzarono la rivolta verso Cutolo. Dopo aver battuto la NCO senza strascichi dal punto di vista giudiziario, Pasquale Galasso fu coinvolto in un’inchiesta relativa alla vendita di alcuni terreni di Poggiomarino, terreni che erano poi stati acquistati dalla sua famiglia.

In seguito a quest’inchiesta Pasquale Galasso finì in carcere e, su pressione dei magistrati, consapevole di dover trascorrere in galera diversi anni, si convinse a collaborare e a dire tutto ciò che sapeva sulla camorra. La decisione giunse nella primavera del 1992. Pasquale Galasso non aveva alcuna intenzione di scherzare e fornì agli inquirenti tutte le informazioni utili per mettere le mani su Carmine Alfieri. Non a caso, nel settembre del 1992 il boss di Nola fu arrestato.

Il boss Pasquale Galasso parlò della guerra contro la NCO, dei vari omicidi che aveva commesso e della guerra tra il suo clan e i Nuvoletta. Cercò di salvaguardare i suoi beni, voleva a tutti i costi dimostrare che le ricchezze che aveva accumulato non avevano nulla a che fare con la criminalità organizzata.

Grazie alle dichiarazioni di Pasquale Galasso, in un Italia devastata da Tangentopoli e dalle stragi della mafia, fu possibile aprire inchieste anche sui rapporti tra i politici e la criminalità organizzata. Il comune di Napoli fu sciolto per infiltrazioni camorristiche, lo stesso accadde ad alcuni comuni della provincia partenopea.

Pasquale Galasso prese di mira soprattutto un politico, Antonio Gava. Era l’esponente principale della Dc campana ed era già finito nell’occhio del ciclone per via della trattativa per la liberazione dell’assessore Cirillo. Galasso parlò dei rapporti della famiglia Gava con Alfonso Rosanova, a più riprese considerato la mente imprenditoriale del clan di Raffaele Cutolo. Gava venne accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ma volle raccontare la sua verità e lo fece dinnanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia. Negò ogni accusa, dicendo che non aveva bisogno della camorra per ottenere voti. Il suo partito ormai si stava sgretolando, le inchieste di Tangentopoli avevano travolto la Dc sia a livello nazionale che locale.

Antonio Gava fu condannato nella sentenza di primo grado. Non godeva di buone condizioni di salute e, così, gli furono concessi i domiciliari. Insieme a lui, furono condannati altri politici come Raffaele Russo, Francesco Patriarca e Vincenzo Meo. Il processo andò avanti per diversi anni e portò all’assoluzione nel 2000 per Antonio Gava e per Russo mentre furono condannati Francesco Patriarca e Vincenzo Meo. La Corte d’Assise d’Appello confermò l’assoluzione di Gava.

Al pentimento di Pasquale Galasso seguirono quelli di Carmine Alfieri e di Umberto Ammaturo. La camorra non accettò di buon grado queste scelte e tentò in tutti i modi di vendicarsi dei due. Il clan Moccia stava organizzando un attentato ai danni dello stesso Galasso, avvalendosi della collaborazione di alcuni carabinieri che poi furono arrestati. Tutte queste inchieste avevano preso di mira la camorra della provincia ma avevano tralasciato la camorra della città di Napoli. Negli anni successivi, però, arrivò la collaborazione con la giustizia di un altro boss della Nuova Famiglia che comandava a Forcella, quartiere del centro storico di Napoli. Stiamo parlando di Luigi Giuliano.

 

 

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