Pippo Calderone: la mafia catanese e l’ombra di Santapaola

Pippo Calderone: il boss catanese tradito da un suo rampollo. Un’altra vittima dei corleonesi

Pippo Calderone è stato un esponente importante della mafia catanese negli anni ’70. Boss molto rispettato insieme al fratello Antonino e ideatore della Commissione Regionale di Cosa Nostra, viene tradito dall’ombra di un altro boss catanese in ascesa e dalla sete di vendetta dei corleonesi.

Mafia catanese

Giuseppe Calderone, soprannominato “Cannarozzu d’argento” in seguito ad un intervento alla laringe che aveva reso metallica la sua voce, nasce in una famiglia dove l’influenza e la presenza della mafia è abbastanza forte. In realtà, la mafia a Catania ha agito per tanti anni nell’ombra. A quanto pare, una mafia catanese era già presente nella città dell’Etna intorno agli anni ’20 del Novecento. Pippo nasce e cresce nell’estrema periferia di Catania. Suo padre è un contadino mentre suo zio Antonino Saitta è un mafioso ed è proprio grazie allo zio che Pippo fa le prime esperienze all’interno della mafia. Lo zio appartiene alla famiglia di Gangi. Gli anni del fascismo e del prefetto Mori sono difficili per tutti, anche per lui. Nel frattempo, però, Pippo e suo fratello Antonino crescono mentre la mafia aspetta che torni la quiete dopo la tempesta. Quiete che arriva dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Non a caso, è negli anni Cinquanta che Pippo Calderone fa il suo ingresso ufficiale nella mafia, grazie ad un altro suo zio, Luigi Saitta il quale subentra dopo la morte del fratello Antonino.

Il business del contrabbando

Nella fase iniziale della sua carriera, Giuseppe Calderone si occupa, per conto di suo zio, soprattutto di contrabbando. A causa di una lite con un cliente di suo zio, Pippo è costretto ad usare addirittura la pistola. Entrambi rimangono feriti ma i due sono costretti a presentarsi in Questura. L’episodio, comunque, mette in difficoltà gli affari della famiglia e per un po’ di tempo il business legato al contrabbando viene accantonato. Pippo, che da giovane aveva lavorato in un magazzino che vendeva all’ingrosso tessuti, apre un’attività simile insieme a suo zio Vincenzo.

Cosa Nostra catanese accoglie nuovi affiliati

La famiglia mafiosa di Catania cresce a tal punto che nasce l’esigenza di favorire l’ingresso nell’organizzazione mafiosa di nuovi giovani. Pippo Calderone si oppone all’affiliazione di un certo Natale Ercolano. Vuole evitare che nella famiglia entrino anche i parenti di quest’ultimo, persone ritenute da Calderone poco raccomandabili. C’è, però, poco da fare. L’affiliazione avviene e sette nuove persone entrano a far parte della Cosa Nostra catanese. Tra questi anche Antonino Calderone, fratello minore di Pippo, e Nitto Santapaola.

Amicizie politiche

Giuseppe Calderone è un uomo molto astuto. I legami politici con il senatore Graziano Verzotto gli consentono di ottenere dall’AGIP la gestione di un distributore di benzina in quel di Giarre. Pippo riesce ad accaparrarsi appalti pubblici importanti e, così, intorno agli anni ’60 le sue amicizie con altri esponenti di primo luogo di Cosa Nostra crescono, tra cui quella con Salvatore Greco detto Cicchiteddu e con Giuseppe Di Cristina. In quegli anni la mafia siciliana è messa alle strette dal processo di Catanzaro, nato dopo la strage di Ciaculli.

Liggio ospite di Giuseppe Calderone

La mafia aspetta la fine dei processi e, dopo la morte di Cavataio, cerca di riorganizzarsi. Pippo Calderone, dopo essere diventato amico anche del boss Tano Badalamenti, riceve da quest’ultimo la proposta di dare ospitalità, per un po’ di tempo, al latitante Liggio. Giuseppe accetta anche se dopo poco si rende subito conto che ospitare un latitante del calibro di Liggio non è cosa affatto semplice. Il boss di Corleone è, infatti, parecchio esigente, pur non avendo a disposizione molti soldi. Calderone riesce ad avere denaro grazie all’amicizia con l’imprenditore Costanzo.

L’incontro col principe Junio Borghese

Nel 1970 Cosa Nostra deve prendere una decisione importante in merito al progetto di Junio Valerio Borghese che vuole tentare un colpo di Stato e per farlo chiede ai mafiosi di poter contare sul loro appoggio. Secondo quanto riferito da Antonino Calderone, Pippo Calderone incontra a Roma il principe. Borghese gli espone il suo piano, chiede il benestare alla mafia per occuparsi di alcuni arresti. La reazione di Pippo, però, fu veemente. La mafia non è disposta a fare cose da “sbirri”. I due sembrano giungere ad un accordo ma Cosa Nostra, in realtà. non è del tutto convinta sul da farsi e non ripone grossa fiducia nel principe.

L’arresto

Il 1971 è un anno difficile per Pippo Calderone che per la prima volta conosce il carcere. Viene, infatti, arrestato a Catania con l’accusa di associazione a delinquere e traffico di stupefacenti. Si procede al trasferimento presso una caserma dei carabinieri di Palermo dove vi rimane per due giorni. Incontra anche il colonnello Russo il quale si accerta dell’identità dell’uomo arrestato.

L’idea del comitato regionale di Cosa Nostra

Quando Giuseppe Calderone esce dal carcere ci troviamo in quella fase in cui i corleonesi, dopo l’arresto di Liggio e la stagione dei sequestri, hanno avviato la scalata al vertice di Cosa Nostra. Non a caso, Giuseppe Calderone è nel 1975 l’ideatore della Commissione Regionale di Cosa Nostra. Appartengono al comitato sei uomini che rappresentano le province della Sicilia, eccezion fatta per quelle di Messina, Ragusa e Caltanisetta. Viene da tutti chiamata “regionale”. L’organo, in realtà, serve soprattutto per mettere pace tra le famiglie, in caso di contrasti. La Commissione regionale vieta i sequestri di persona in Sicilia. Il provvedimento nasce con l’obiettivo di impedire ai corleonesi di fare di testa propria.

Di Cristina e Calderone: destino comune

Giuseppe Calderone si rende conto, però, che i corleonesi non sono gestibili. L’unico alleato, in tal senso, è Giuseppe Di Cristina. Gli altri boss, infatti, continuano a sottovalutare Totò Riina e gli altri uomini della sua cosca. Pippo Calderone si lascia convincere proprio da Di Cristina della necessità di procedere all’omicidio di Francesco Madonia, con l’obiettivo di fare un torto anche a Salvatore Riina. In realtà, Giuseppe Calderone è già stato messo da parte. In una riunione era stato scelto, con il benestare di Riina, che sottocapo di Pippo diventasse Nitto Santapaola. Per i corleonesi c’è prima da sistemare la questione Di Cristina. Quando viene ucciso il boss di Riesi, Calderone è ormai sempre più isolato.

Il fallito attentato

Nell’estate del 1978 i corleonesi provano ad uccidere Calderone piazzando una bomba sotto il sedile della sua automobile. L’attentato fallisce. Giuseppe e Antonino tentano di convincere Stefano Bontate e gli altri boss palermitani di fermare i corleonesi ma l’appello cade nel vuoto.

L’allievo elimina il maestro

Un giorno di settembre del 1978 Pippo Calderone riceve una telefonata da Nitto Santapaola il quale gli chiede un incontro. Calderone si presenta all’appuntamento ma Santapaola, d’accordo con Totò Riina, lo ferisce mortalmente. Dopo tre giorni Giuseppe Calderone muore. Totò Riina ha così sistemato anche la questione Catania, con la città etnea che viene, così, affidata proprio a Nitto Santapaola.

Il carnefice e l’omaggio bluff alla sua vittima

Alcuni giorni dopo l’omicidio Calderone, Totò Riina convoca una riunione della Commissione. Vuole rendere omaggio a Pippo. Dice che è stato un uomo d’onore che ha sempre agito per portare pace nell’organizzazione ma che ha commesso un solo grande sbaglio, ovvero diventare amico di Giuseppe Di Cristina.

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