Placido Rizzotto: la mafia e le stragi dei sindacalisti

Placido Rizzotto: la storia di uno dei tanti sindacalisti uccisi dalla mafia tra la fine della guerra e l’inizio della fase repubblicana

L’elenco dei sindacalisti uccisi dalla mafia a cavallo tra il 1944 ed il 1948 è davvero molto lungo. Il più noto resta senza dubbio Placido Rizzotto. Il clima in quegli anni fu davvero molto teso. A Corleone la tradizione socialista era rimasta molto forte, sulla scia dell’impronta lasciata dal sindaco Bernardino Verro che aveva fondato i Fasci Siciliani e che aveva saputo restituire dignità ed orgoglio ai contadini.

Le cooperative, il movimento contadino ed il decreto Gullo

Il movimento contadino si diede da fare per dare vita a cooperative agricole che si aggiungessero a quelle che erano ancora attive e che furono create proprio ai tempi di Verro. Grazie a queste cooperative e ai partiti politici e sindacati (Partito socialista e comunista, CGIL) che le appoggiavano, il movimento contadino potette sferrare il proprio attacco agli agrari. I contadini, però, si scontrarono con la forza e la ferocia della mafia. Alla loro guida vi erano vecchi dirigenti di partito, tra cui Placido Rizzotto. Già a partire dal 1946 diverse terre furono occupate. I contadini volevano convincere la Prefettura ad applicare il decreto Gullo. Secondo tale decreto, i contadini potevano ottenere in concessione terreni pubblici e privati lasciati incolti, a patto che venissero create delle cooperative.

Placido Rizzotto: l’esperienza della guerra

Placido Rizzotto era l’esponente di punta del movimento contadino di Corleone. Egli era nato proprio lì nel 1914. Partecipò alla Seconda Guerra Mondiale ma, dopo la caduta del fascismo, si unì ai partigiani appartenenti alle Brigate Garibaldi. L’esperienza della guerra lo segnò molto, soprattutto per quanto concerne il suo modo di pensare e di guardare alla giustizia e alla società. Si convinse che pur di vedere riconosciuti i propri diritti e la propria libertà gli uomini avrebbero dovuto fare di tutto. Quando al termine della guerra tornò a Corleone, cercò di tradurre la sua esperienza ed il suo pensiero in azioni concrete. Placido Rizzotto voleva aiutare i contadini a camminare con la testa alta e a ribellarsi alle ruberie dei padroni.

La nomina a Segretario della Camera del Lavoro

Fu nominato Segretario della Camera del Lavoro. Il suo operato e quello dei contadini non piaceva ai latifondisti, nemmeno alla mafia. Nel 1946 si verificò un grave episodio di violenza. Durante l’occupazione di alcuni feudi i campieri mafiosi reagirono con rabbia e veemenza, arrivando ad aprire il fuoco contro i contadini. Quest’ultimi risposero con le stesse armi. Quando intervennero i carabinieri la colpe ricadde sui contadini. Alcuni di essi, infatti, furono arrestati. Placido Rizzotto e il movimento contadino non si arresero e, rinfrancati anche da alcuni successi elettorali, portarono avanti il loro impegno sociale con determinazione ancora maggiore. La strage di Portella della Ginestra rappresentò la risposta della mafia all’avanzata comunista in Sicilia.

Il potere di Don Michele Navarra

A quei tempi a Corleone l’esponente mafioso più importante era don Michele Navarra. Su indicazione dell’amico don Calò Vizzini, Navarra comprese che bisognava concentrare gli sforzi sulla Democrazia Cristiana per allontanare il pericolo derivato dal sempre più crescente consenso raccolto dalla sinistra. Il boss scese in campo in prima persona, cercando di convincere i socialisti a passare dall’altra parte. Ci provò anche con Placido Rizzotto ma non riuscì ad ottenere alcun risultato. Da quel momento in poi cominciarono i problemi per il segretario della Camera del Lavoro, al centro di minacce più o meno velate da parte del capomafia. Gli amici e suo padre Carmelo gli consigliavano di essere maggiormente prudente ma lui, convinto della bontà del suo operato, andò avanti e non si lasciò intimidire.

La scomparsa

La vita di Placido Rizzotto fu segnata per sempre la sera del 10 marzo 1948. Era un momento molto teso in Sicilia. Ad aprile si sarebbero tenute le elezioni politiche e la violenza, tesa ad abbattere il movimento contadino, era cresciuta non di poco. Alcuni giorni prima era stato ucciso a colpi di pistola, sulle Madonie, il capolega Epifanio Li Puma. Don Navarra decise che era arrivata l’ora di chiudere per sempre il capitolo Rizzotto. Il compito di eliminare il coraggioso sindacalista fu affidato ad uno dei suoi uomini di fiducia, uno di quelli che scriverà pagine molto importanti della storia della mafia: Luciano Liggio. Tra l’altro, Liggio e Placido Rizzotto erano in rapporti tutt’altro che sereni da quando quest’ultimo, alcuni mesi prima, lo aveva pubblicamente deriso e umiliato.

Placido Rizzotto fu avvicinato da un suo vicino di casa, su precisa indicazione della mafia. Si trattava di un certo Pasquale Criscione. Rizzotto si trovava in compagnia di un suo collega di partito che accompagnò a casa proprio insieme al suo vicino. Da quel momento in poi si sono perse per sempre le tracce di Placido Rizzotto. Ci sono voluti più di cinquant’anni affinché si riaprisse il caso. Nel nuovo millennio ci fu la testimonianza di un uomo di ottant’anni che dichiarò ad un giornale di essere stato testimone oculare del sequestro del sindacalista. Questa testimonianza permise di conoscere il luogo del sequestro Rizzotto mentre era già stato accertato che, dopo il rapimento, il segretario della Camera del Lavoro fu ucciso presso il rilievo di Rocca Busambra.

Nel giorno seguente, il padre di Placido si mise alla ricerca del figlio. Chiese informazioni all’amico che era stato con lui la sera prima. Costui gli rivelò che Placido era in compagnia di Pasquale Criscione. Carmelo Rizzotto e sua moglie cominciarono a preoccuparsi. Carmelo si recò presso la locale stazione dei Carabinieri per denunciare la scomparsa di suo figlio. Raccontò molte cose sul potere mafioso a Corleone.

La morte del piccolo Giuseppe

Intanto, un bambino di soli 12 anni, Giuseppe Letizia, era morto proprio nei giorni del sequestro Rizzotto. Si disse che una malattia l’aveva portato via. Sui giornali, invece, si diffuse la notizia che il bambino era stato testimone oculare dell’omicidio di Placido Rizzotto  e che morì dopo aver ricevuto le cure del dottor Michele Navarra e del dottor Ignazio Dall’Ara in ospedale.

Il fallimento del processo

Nel 1949 le indagini arrivarono ad un punto di svolta, grazie alle rivelazioni del detenuto Giovanni Pasqua che fece i nomi degli assassini di Placido Rizzotto. A Corleone, proprio in quel periodo, era arrivato il giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che fece arrestare Pasquale Criscione e Vincenzo Collura. I due ammisero di aver partecipato al sequestro ma rivelarono che il delitto fu compiuto da Luciano Liggio. In realtà, dinnanzi ai giudici, i due ritrattarono e dissero che le loro confessioni erano state estorte dai carabinieri. I giudici credettero a questa versione e, infatti, nel corso delle varie fasi del processo tutti gli imputati furono assolti per insufficienza di prove.

Il film, la scoperta dei resti ed i funerali di Stato

Dopo alcuni anni di anonimato, furono tante le iniziative volte ad onorare al meglio la memoria di Placido Rizzotto. Nel 1996 a Corleone fu inaugurato un busto di bronzo realizzato da uno scultore locale. Nel 2000 Pasquale Scimeca diresse il filmPlacido Rizzotto“. Sempre a Corleone è nata la cooperativa “Placido Rizzotto” che si occupa del riutilizzo dei beni sequestrati alla mafia. Ricordare Placido Rizzotto e gli altri sindacalisti è di fondamentale importanza perché il movimento contadino può essere considerato il primo movimento in grado di opporre una concreta resistenza alla mafia. Dopo la scoperta dei suoi resti nel 2012 sono stati celebrati i funerali di Stato per Placido Rizzotto, alla presenza dell’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

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