Processo di Catanzaro: un fallimento giudiziario

Il processo di Catanzaro del 1968 dimostrò quanto fossero ancora precarie le conoscenze del sistema giudiziario in merito a Cosa Nostra

Il processo di Catanzaro non è stato il migliore risultato giudiziario ottenuto dalla Magistratura italiana nei confronti della mafia. Si è trattato certamente di un processo importante perché ha consentito comunque la condanna di boss mafiosi di un certo calibro, in particolare quelli che avevano combattuto la prima guerra di mafia. Il processo si svolse a Catanzaro e coinvolse ben 117 persone. Al termine del 1968 arrivarono le sentenze ma il risultato ottenuto non fu straordinario.

Una delle condanne più pesanti arrivò per il boss dell’Uditore Pietro Torretta che si beccò ventisette anni di reclusione per un doppio omicidio. Dure anche le condanne per Salvatore Greco detto Cicchiteddu e per Tommaso Buscetta. I due furono processati in contumacia, il primo subì una condanna a dieci anni di carcere, il secondo a quattordici. Ventidue anni di reclusione, invece, per Angelo La Barbera. Come abbiamo visto, dunque, ci furono delle condanne di un certo peso ma, d’altra parte, tantissimi altri mafiosi furono assolti.

Il processo di Catanzaro, dunque, confermò che l’Italia all’epoca non era ancora pronta per affrontare seriamente il problema della criminalità organizzata. Le conoscenze sul fenomeno mafioso erano veramente labili. Da questo processo, quindi, Cosa Nostra non uscì affatto indebolita. Anzi, le sentenze avevano di fatto dimostrato quanto fosse potente la mafia e quanto fosse difficile arrivare ad una condanna giudiziaria rilevante.

La mafia seppe incutere paura in tutte quelle persone che sembravano disposte a collaborare con la magistratura ma che poi, su pressione dei boss, ritrattarono. Non è un caso che solo quando Tommaso Buscetta vuoterà il sacco l’Italia comincerà davvero a comprendere struttura e modo d’agire di Cosa Nostra. Per i pubblici ministeri, dunque, il lavoro fu davvero molto arduo. Le poche fonti a disposizione preferivano rimanere anonime. Il quadro probatorio a disposizione dei pubblici ministeri era, per forza di cose, abbastanza scarno e molto spesso gli avvocati delle difese ebbero la meglio.

Le motivazioni delle sentenze del processo di Catanzaro sono la conferma delle scarse conoscenze della magistratura sulla mafia. Si faceva ancora fatica a vedere nella mafia un’organizzazione gerarchica e centralizzata. Ciò portò i giudici a ritenere che non ci fosse un’unica grande organizzazione criminale e tante piccole cosche. Nel frattempo, però, Cosa Nostra cominciò a riorganizzarsi e di lì a poco sarebbero arrivate altre stragi ed altri conflitti interni.

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