Salvatore Inzerillo detto “Totuccio”: droga e affari sull’asse Palermo-Stati Uniti

Salvatore Inzerillo detto “Totuccio”: il boss di Cosa Nostra che rimase vittima della seconda guerra di mafia. La stessa sorte toccò a gran parte dei suoi parenti

Salvatore Inzerillo è stato un boss che ha svolto un ruolo di un certo peso all’interno di Cosa Nostra, soprattutto negli anni Settanta. Il suo più grande errore, commesso tra l’altro anche da altri mafiosi dell’epoca, è stato quello di pensare che non sarebbe mai stato ucciso. Uno sbaglio che, negli anni in cui i corleonesi iniziano una mattanza che insanguinerà tutta la Sicilia, si rivelerà fatale.

Le parentele con Spatola e con la famiglia Gambino

Avvicinarsi alla mafia per Totuccio Inzerillo ed entrare a far parte di quel mondo si rivela più facile del previsto. Nato a Palermo nel 1944, Salvatore vanta legami di parentela con il boss Rosario Spatola ma anche con la famiglia Gambino la quale è tra le cosche mafiose a comandare in quel di New York. Per volontà dello zio Rosario Di Maggio, Inzerillo diventa sul finire degli anni Settanta il capo di un mandamento molto esteso che arriva a comprendere diversi quartieri: Passo di Rigano, Uditore, Boccadifalco.

Totuccio Inzerillo: il signore della droga

Grazie ai legami di parentela con gli Stati Uniti, Salvatore Inzerillo diventa un partner di primo livello nel narcotraffico. Grazie alla droga Cosa Nostra fa parecchi affari negli anni Settanta ma gli stupefacenti si rivelano, spesso, motivo di contrasto tra le varie famiglie, con i corleonesi in forte ascesa poco propensi ad accettare di rimanere ai margini di un affare così importante.

La seconda guerra di mafia comincia nell’aprile del 1981 con l’omicidio di Stefano Bontade. In realtà, già negli anni addietro i corleonesi avevano lanciato segnali molto chiari, con le uccisioni di boss del calibro di Pippo Calderone e Giuseppe Di Cristina. Nemmeno la morte di Bontate riesce a convincere Inzerillo a fare attenzione e a prendere maggiori precauzioni sulla pericolosissima avanzata dei corleonesi che stanno facendo terra bruciata intorno, puntando anche sull’amicizia di boss che, compreso il pericolo, sono passati dall’altra parte, come Michele Greco detto il Papa.

Totuccio e Riina

Inzerillo e Riina, a quanto pare, investono in quel periodo una somma importante in una partita di droga. Per tale ragione, Totuccio Inzerillo ritiene di essere al riparo da qualunque rappresaglia. In realtà, ha compreso ben poco. I corleonesi non sono disposti ad accontentarsi delle briciole e vogliono essere loro a gestire in maniera diretta il traffico di droga con gli Stati Uniti. I signori della droga a Palermo erano stati, negli anni Settanta, oltre allo stesso Inzerillo, Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti. I corleonesi, poco alla volta, li hanno spazzato via tutti. L’unico che riesce ad evitare la morte è Badalamenti ma il boss di Cinisi viene espulso dalla Commissione e costretto ad emigrare negli Stati Uniti. Probabilmente, anche Tommaso Buscetta era coinvolto in questo business anche se lui negherà sempre di aver trafficato droga.

L’omicidio Inzerillo

Uccidere Salvatore Inzerillo diventa, dunque, una priorità per Riina e Provenzano. Il boss, come detto in precedenza poco avvezzo a prendere precauzioni, non si fa problemi a recarsi dalla sua amante. Non a caso, l’11 maggio del 1981 i killer lo sorprendono proprio mentre esce dalla casa della donna con la quale aveva trascorso quelle che si riveleranno le ultime ore della sua vita. Quando esce dal portone, un gruppo di killer, dall’interno di un furgone, comincia a sparare all’impazzata e per Totuccio Inzerillo non c’è scampo.

La caccia agli Inzerillo

C’è, però, un altro problema per i corleonesi: trattasi dei parenti di Salvatore Inzerillo, tutti, a vario titolo, coinvolti in vicende mafiose. Riina sa di dover eliminare la maggior parte dei familiari del boss. Il primo a cadere sotto il fuoco dei boss di Corleone è il figlio di Totuccio, il giovane Giuseppe. Nonostante sia ancora un ragazzino, Giuseppe, dopo la morte del padre, dichiara apertamente di volerlo vendicare. Altro errore fatale perché i corleonesi non hanno pietà per nessuno e uccidono sia lui che Mimmo Teresi, cognato di Stefano Bontade. Non sarebbero sfuggiti alla morte nemmeno i fratelli di Inzerillo, ovvero Santo e Pietro.

Totuccio Inzerillo, imputato tra l’altro per l’omicidio del procuratore Gaetano Costa, colpevole di aver scoperto il traffico di droga che vedeva come protagonista il boss e i suoi alleati. Nell’estate del 1979 era stato tra i protagonisti del falso rapimento di Michele Sindona. Dopo la morte di Salvatore Inzerillo e dei suoi parenti, molti altri familiari che portavano quel cognome decisero di rifugiarsi negli Stati Uniti d’America, sfruttando la parentela con la famiglia Gambino. In realtà, anche al di là dell’oceano per gli Inzerillo non ci sarà pace. Pietro Inzerillo, fratello di Totuccio, troverà la morte nel New Jersey. Nella bocca e sui genitali di Inzerillo, il cui cadavere fu rinchiuso nel bagagliaio di un’automobile, verranno rinvenute alcune banconote.

Il ritorno degli “scappati”

Diversi esponenti della famiglia Inzerillo, definiti gli “scappati“, ovvero coloro che, dopo la sconfitta nella seconda guerra di mafia, si rifugiarono negli Stati Uniti, negli anni scorsi hanno tentato il ritorno in Italia, scatenando, però, forti contrasti all’interno dell’organizzazione mafiosa, con boss favorevoli a questo ritorno ed altri esponenti mafiosi contrari. Nino Rotolo e Salvatore Lo Piccolo, i due boss che avevano una posizione diversa sull’argomento, verranno arrestati mentre Bernardo Provenzano non si schiera in maniera netta né con l’uno né con l’altro. Il tentativo di ricostruire una nuova cupola di Cosa Nostra verrà, comunque, impedito dalle diverse indagini che continuano ancora oggi.

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