Spartacus: il processo al clan dei Casalesi

Spartacus è il processo giudiziario più importante ai danni del Clan dei Casalesi, ha avuto una durata di circa 10 anni

Le dichiarazioni di Carmine Schiavone hanno permesso allo Stato di poter conoscere più da vicino il clan dei Casalesi. Spartacus è il processo che ha messo alle strette il clan dei Casalesi, un processo tra i più importanti d’Europa in materia di criminalità organizzata, paragonabile addirittura al Maxiprocesso al quale Giovanni Falcone e gli altri uomini del pool antimafia  lavorarono per mettere alle sbarre gli uomini di Cosa Nostra. Il processo Spartacus, però, dal punto di vista mediatico non ha avuto lo stesso impatto del maxiprocesso palermitano ed è per questo motivo che ancora oggi non sono in tanti quelli che conoscono a pieno il significato giudiziario e non solo di Spartacus.

Il processo Spartacus, che è il nome latino dello schiavo che in quel di Roma diede origine ad una forte ribellione, si è protratto dal punto di vista giudiziario per dodici anni, dal 1998 al 2010. Le indagini, però, sono cominciate nel 1993. E’ stata la Direzione Distrettuale Antimafia, in seguito anche alle parole di Carmine Schiavone, ad avviare le indagini sul Clan dei Casalesi. Il periodo preso come riferimento è quello successivo alla morte del boss Bardellino. Il pool di magistrati chiamato a fare chiarezza sui traffici illeciti del clan è composto da Lucio Di Pietro, Franco Greco, Carlo Visconti e Federico Cafiero de Raho. Quest’ultimo è stato colui il quale ha sostenuto le tesi dell’accusa nel corso del dibattimento.

Dopo cinque anni di indagine, il primo luglio del 1998 comincia il processo presso la Corte d’Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Tra gli imputati ci sono gli uomini di maggiore spicco del clan dei Casalesi: Sandokan Francesco Schiavone, Michele Zagaria, Raffaele Bidognetti, Antonio Iovine. Per tutti e quattro viene chiesto l’ergastolo, così come per Walter Schiavone, Francesco Schiavone detto “Cicciariello” e cugino di Sandokan, Vincenzo Zagaria e Raffaele Diana.

Nel 2005 si chiude il processo di primo grado. La sentenza nel complesso accoglie le accuse che erano state implementate da Cafiero de Raho e viene letta nel settembre del 2015 presso l’aula bunker del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Le motivazioni della sentenza vengono elaborate dal giudice a latere Raffaello Magi in più di 3000 pagine e più di 500 faldoni e depositate nel giugno del 2006. Nelle carte sono contenute le vicende e gli affari illeciti legati al clan dei Casalesi, ovvero il traffico di droga, le estorsioni, il riciclaggio e l’assalto agli appalti pubblici.

Il giro d’affari del clan viene stimato in circa cinque miliardi mentre si procede al sequestro di società, terreni, fabbricati ed altri immobili direttamente o indirettamente riconducibili al clan dei Casalesi. In realtà, mentre il processo Spartacus va avanti, partono altre indagini, in particolare quelle legate ai Regi Lagni e all’Aima, affari ai quali aveva partecipato la camorra che aveva chiesto ed ottenuto tangenti e che aveva operato per favorire aziende legate al clan.

Nel corso del process vengono ascoltati 508 testimoni, tra cui 25 collaboratori di giustizia. In ben 49 udienze è stato ascoltato Carmine Schiavone, il contabile dell’organizzazione. Il cugino di Sandokan parla soprattutto della grande forza del clan nel settore del cemento e del movimento terra, attività grazie alle quali i Casalesi entrano e si insediano negli appalti pubblici. I magistrati poterono, dunque, rendersi conto dell’incredibile potenza economica del clan che già allora stava iniziando a farsi strada anche nelle altre regioni d’Italia, arrivando poco alla volta sempre più al nord.

Il processo Spartacus relativo al primo grado di giudizio si chiude con 95 condanne, 21 ergastoli e 21 assoluzioni. Dieci imputati perdono la vita proprio negli anni del dibattimento. Tra le assoluzioni quelle relative ai politici e a uomini delle forze dell’ordine che si pensava avessero facilitato l’opera della criminalità organizzata.

Per il clan dei Casalesi quella sentenza è un colpo molto duro. Il clan capisce che bisogna provare a fare qualcosa, un po’ come avrebbe voluto fare Cosa Nostra, ovvero tentare di “aggiustare” il processo a proprio favore. Quello che accade nel corso del processo d’Appello, svoltosi presso la prima sezione della Corte d’Assise di Appello di Napoli, ha del clamoroso. Il processo comincia nel 2008. In aula si avverte molta tensione. Bisogna ricordare che due anni prima del processo d’appello era stato pubblicato un libro tutt’ora molto famoso. “Gomorra” di Roberto Saviano si rivela un successo straordinario. Se il processo Spartacus fino a quel momento non era riuscito a coinvolgere parte dell’opinione pubblica Saviano vi riesce con un libro che sembra un romanzo ma che racconta la storia del clan dei Casalesi coma mai nessuno aveva fatto fino a quel momento. Inoltre, in quegli anni un’altra giornalista segue i fatti legati al clan dei Casalesi, ovvero Rosaria Capacchione.

Nel corso dell’udienza del 13 maggio 2008 l’avvocato Santonastaso legge un documento a firma di Francesco Bidognetti e Antonio Iovine. I boss fanno riferimento alla possibilità di appellarsi alla legge Cirami per quanto concerne la “legittima suspicione“. Si tratta di un legittimo sospetto che, secondo i boss, avrebbe dovuto portare ad uno spostamento del processo che sarebbe dovuto essere assegnato ad un altro giudice. Nel documento ci sono frasi considerate intimidatorie nei confronti dei giornalisti Saviano e Capacchione. Non mancano alcuni riferimenti anche ai magistrati Raffaele Cantone e Federico Cafiero de Raho. I due inquirenti del processo Spartacus furono accusati di essere in cerca di notorietà. Scendendo maggiormente nel dettaglio, si dichiarava apertamente che il libro di Saviano fosse stato scritto per tentare di condizionare l’operato dei giudici, così come le inchieste di Rosaria Capacchione avessero favorito la Procura di Napoli. Saviano e gli altri cronisti venivano invitati dai boss a fare bene il loro lavoro, senza farsi condizionare da persone che, a detta di Bidognetti e Iovine, avevano finalità diverse rispetto al compito di eliminare ogni traccia della criminalità organizzata.

Questa lettera non solo non ottenne gli effetti sperati, nel senso che la legittima suspicione fu respinta, ma portò anche alla nascita di altri due processi, uno dei quali si è concluso da qualche mese con la condanna dell’avvocato Michele Santonastaso e l’assoluzione dei due boss. Per fare chiarezza, il processo relativo alle minacce ai giudici passò alla procura di Roma mentre quello relativo alle minacce ai due giornalisti il procedimento fu istituito presso la procura di Napoli. La sentenza d’Appello del processo Spartacus fu letta nel giugno del 2008. Furono confermati gli ergastoli per 16 boss del clan dei Casalesi. In aula presente lo stesso Saviano nonché tante telecamere, testimonianza che, forse, anche i media si stavano accorgendo dell’importanza di quel processo.

Il processo Spartacus si chiuse nel 2010 con la sentenza della Cassazione che non fece altro che confermare ergastoli ed altre dure condanne agli uomini del clan dei Casalesi. La sentenza fu una doccia gelata per il clan. Nel 2010 alcuni degli uomini di spicco del clan erano in carcere già da anni mentre altri erano ancora latitanti. Il processo Spartacus costrinse i boss a fare una scelta ben precisa. Coloro che si trovavano già in carcere dovevano decidere se continuare a tacere oppure passare dalla parte dello Stato. I latitanti, invece, continuarono a scappare ma anche per loro sarebbe arrivato, di lì a poco, l’arresto ed il carcere duro.

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