Stefano Bontade: il “principe di Villagrazia”, tra mafia e massoneria

Stefano Bontade: storia del boss di Cosa Nostra ucciso nel giorno del suo compleanno dai corleonesi. Con il suo omicidio, avvenuto nel 1981, cominciò la seconda guerra di mafia

Stefano Bontade o Bontate è stato un boss importante all’interno di Cosa Nostra. Nel corso degli anni aveva acquisito un potere di gran lunga superiore agli altri capi ma non si accorse in tempo della scalata dei corleonesi e fu abbattuto proprio da coloro che egli definiva, in maniera più che dispregiativa, “viddani”. Con l’omicidio di Bontate nel 1981 il clan di Corleone dà vita alla mattanza che renderà dura la vita ai clan di Palermo e cambierà per molti anni le gerarchie interne a Cosa Nostra.

L’eredità di don Paolino Bontà e non solo

Stefano Bontate nasce a cresce in un ambiente già di per sé legato alla mafia. E’, infatti, uno dei figli di Francesco Paolo Bontate, capomafia di Santa Maria del Gesù soprannominato “don Paolino Bontà”. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, don Paolino cominciò ad arricchirsi e divenne un uomo molto rispettato, soprattutto negli ambienti politici legati al cattolicesimo. Dopo aver frequentato il liceo, Stefano viene affiliato alla mafia perché le condizioni di salute di suo padre si aggravano. Tra l’altro, Stefano ottiene un’importante eredità che gli giunge da uno zio che lui aveva provveduto a curare.

I rapporti con l’alta borghesia siciliana

Dal punto di vista professionale, Stefano Bontade comincia ad occuparsi del mercato all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli, anche se quest’attività diventerà soprattutto una copertura per i suoi illeciti business. Si unisce in matrimonio ad una donna molto considerata nell’alta borghesia siciliana, ovvero Margherita Teres. Grazie anche al suo matrimonio, Bontade ha la possibilità di frequentare personalità importanti e di intrecciare rapporti che lo aiuteranno molto nel corso della sua carriera criminale. Entra, infatti, nelle grazie di personaggi come il conte Cassina. Bontate non è una persona dotata di poca cultura. Ha studiato al liceo ed ha imparato abbastanza bene sia la lingua inglese che quella francese.

Il business del contrabbando di sigarette

Il “principe di Villagrazia“, all’apparenza uomo potente e di grande prestigio, si arricchisce con molti illeciti affari, tra cui il contrabbando di sigarette e di armi. C’è, però, da dire che i veri affari li farà quando a Palermo inizieranno ad arrivare fiumi di droga. Bontade sa bene che controllare il territorio siciliano è fondamentale ma è consapevole che è importante anche viaggiare e creare una nuova rete di contatti. Nel corso dei suoi viaggi, si trova ad andare spesso anche all’estero mentre in Italia, in alcune occasioni, si reca a Napoli. Il business del contrabbando, infatti, vede il coinvolgimento anche della camorra napoletana e, dunque, è meglio trovare un accordo con tutti per fare in modo che non ci siano problemi nella gestione del business.

L’iscrizione alla massoneria

Non solo questo. Stefano Bontade, a conferma della sua volontà di arrivare sempre più in alto, si iscrive anche alla massoneria. Sembra, infatti, che abbia fatto parte della cosiddetta “Loggia dei 300”, una società segreta alla quale partecipano, tra gli anni sessanta e settanta, uomini siciliani non certo di basso rango. La sua adesione ai movimenti massonici gli consente di dialogare in maniera maggiormente ravvicinata ed efficace con politici ed imprenditori. Le sue ricchezze crescono a dismisura e Bontate comincia ad interessarsi anche di appalti. Sfonda anche nel settore dell’edilizia, grazie agli amici giusti nei luoghi che contano e grazie a tanti prestanome che non fanno altro che favorire il suo gioco. Del resto, controllare società ed esercizi commerciali si rivela fondamentale per chi di mestiere fa il mafioso ed ha, dunque, l’esigenza di ripulire i capitali provenienti da attività criminose.

Anni Settanta: A Palermo arriva la droga

Negli anni settanta, però, a Palermo è in arrivo la droga, l’affare che, se da un lato consentirà di accumulare enormi ricchezze, dall’altro provocherà enormi spaccature e faide interne che per anni insanguineranno la Sicilia. I suoi legami con gli Stati Uniti e con altri paesi europei gli consentono di diventare un partner di un certo peso nel business degli stupefacenti. In Sicilia vengono create delle vere e proprie raffinerie che i siciliani arrivano a gestire dopo aver sbarazzato la concorrenza del clan dei marsigliesi.

I rapporti con la politica e l’alta finanza

Dal punto di vista politico, Stefano Bontade si lega alla Democrazia Cristiana, in particolare alla corrente di Giulio Andreotti. Il “principe di Villagrazia” è uno che si fa valere anche nei rapporti con l’alta finanza, visto che conosce molto bene Michele Sindona. Dopo la morte di Enrico Mattei, si sospetta che anche Bontate abbia svolto un ruolo rilevante nella vicenda ma le prove non vengono trovate. Gli stessi sospetti lo riguardano ancora una volta agli inizi degli anni Settanta, dopo il sequestro e la morte di Mauro De Mauro, cronista che stava indagando proprio sulla morte del’lex presidente dell’Eni.

Il triumvirato con Riina e Badalamenti

Supera, indenne, la prima guerra di mafia e capisce che Cosa Nostra dovrebbe unire le forze e non dividersi. Nel 1975 è, insieme a Gaetano Badalamenti e Salvatore Riina, membro del cosiddetto triumvirato in seno alla commissione della mafia siciliana. In realtà, i rapporti con i corleonesi si rivelano difficili sin dal primo momento. Riina e i suoi amici credono di non essere trattati allo stesso modo degli altri mafiosi, si sentono considerati boss di Serie B. Un pregiudizio e un odio che ha le sue radici in uno stile di vita e in un’educazione completamente diversa. I corleonesi, provenienti dalla provincia di Palermo, vengono ritenuti rozzi e mal vestiti. Stefano Bontate, come abbiamo visto, è stato abituato a ben altro nel corso della sua esistenza e, dunque, è anche per una questione sociale che le due fazioni cominciano a scontrarsi.

L’omicidio di Stefano Bontade

I corleonesi avevano lanciato i primi segnali di sfida già in occasione della stagione dei sequestri dei primi anni Settanta, arrivando addirittura ad uccidere Luigi Corleo, legato ai Salvo e allo stesso Stefano Bontade. Il boss di Villagrazia commette l’errore di sottovalutare i corleonesi. Nemmeno l’omicidio del suo amico Giuseppe Di Cristina lo convince a prendere maggiori precauzioni. Il 23 aprile del 1981, giorno del suo quarantaduesimo compleanno, Bontade decide di andare da solo alla festa di famiglia organizzata proprio per rendere omaggio al boss. Nei pressi di un semaforo, però, ad attenderlo trova dei killer che lo crivellano di colpi e non gli lasciano scampo.

Sindona, Andreotti e Berlusconi

Nel corso degli anni altre vicende, dai contorni tutt’altro che chiari, confermeranno il grande potere che aveva acquisito Bontate. Il boss negli anni settanta aveva incontrato in più di una occasione Giulio Andreotti ed era stato il protagonista dell’organizzazione del falso rapimento di Michele Sindona il quale fu nascosto in Sicilia nell’estate del 1979. Alcuni processi dimostreranno addirittura contatti, per il tramite di Marcello Dell’Utri, tra Stefano Bontate e Silvio Berlusconi. Noti anche i suoi legami con gli esattori di Salemi Nino e Ignazio Salvo e con Salvo Lima. Bontate, la cui idea di mafia era nettamente diversa da quella dei corleonesi, era convinto che i suoi contatti e le sue conoscenze fossero così importanti da consentirgli di rimanere escluso da rappresaglie e faide. Si sbaglierà di grosso perché i corleonesi non avranno pietà per nessuno e, a suon di omicidi eccellenti, daranno il vita negli anni Ottanta alla scalata ai vertici di Cosa Nostra.

 

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